“Se avete attaccamento per questa vita, non siete praticanti di Dharma; se avete attaccamento per la vita nel samsara, non avete la mente della rinuncia; se avete attaccamento per voi stessi o preoccupazioni egoistiche, non siete un bodhisattva; dove c’è attaccamento non c’è saggezza”.

Spesso quando sua Sua Santità il Dalai Lama dà insegnamenti sul Bodhicharyavatara affronta il nono capitolo per primo. Di solito, il nono capitolo viene insegnato quando gli otto capitoli precedenti hanno già gettato le basi. Ma Sua Santità ha detto che secondo Nagarjuna c’è un tradizione secondo la quale per prima è importante spiegare la saggezza.

E io intendo fare la stessa cosa. Perché? Prima di tutto, perché presumo che siate tutti persone intelligenti e dotate di senso critico. Che cosa intendo per “intelligenti”? Che siete già in sintonia con il messaggio dei quattro assiomi appena citati, perché chi è nato un buddhista o è attratto dalla pratica del Dharma dalle sue vite precedenti è già in sintonia con gli insegnamenti.

Suppongo però che se dovessi dire all'”uomo-medio”, a qualcuno che legge e che si informa, che non dovrebbe essere attaccato a questa vita, la sua risposta quasi certamente sarebbe “E perché no?”. Ovviamente, argomentazioni basate sui regni inferiori, come gli inferni roventi o l’inferno degli spiriti famelici, si rivelerebbero problematiche come risposta. E la stessa cosa vale per la reincarnazione.

Supponiamo allora che io dica all’uomo-medio: “Dovresti praticare il dharma per aiutare gli esseri senzienti” e che mi replicasse “Perché dovrei farlo?” Se gli rispondessi dicendo che tutti gli esseri senzienti sono stati sua madre nelle vite passate, è sicuro che otterrei in cambio una bella risata.

Inoltre, la gente si chiede spesso anche perché si dovrebbe avere compassione verso la propria madre, dato che oggi giorno molti provano rancore per i propri genitori. In definitiva, l’approccio degli “esseri senzienti madre” non è sempre molto persuasivo.

Per spiegare che una persona di dharma non è attaccata a questa vita, è necessario allora fare riferimento al quarto assioma: chi prova attaccamento manca di saggezza, non ha una visione d’insieme.

Allora però potrebbero chiederci: “Che cosa c’è di sbagliato nell’attaccamento?” Ammettiamolo: se non esistesse l’attaccamento, non ci sarebbe neppure l’economia. Chi comprerebbe più tutta quella roba in vendita? Chi farebbe affari? I ristoranti chiuderebbero, le borse crollerebbero. L’avidità e l’attaccamento sono l’unità di misura della crescita economica.

Da Calvin Klein alla Coca-Cola, tutta la nostra cultura ci insegna a coltivare l’attaccamento, un messaggio che è l’esatto contrario di “se c’è attaccamento, manca la saggezza”. Ma nel moderno mondo, senza attaccamento, si rischia di finire poveri e senza lavoro, in mezzo a una strada; di diventare emarginati dalla società.

Alla luce di questo apparente conflitto, dobbiamo allora comprendere bene il motivo per cui l’attaccamento è antitetico alla saggezza.

Il linguaggio è una grande sfida, una sfida ancor più seria è tradurre le parole, gli idiomi, i modi di dire, intere frasi.

La parola shenpa rappresenta una sfida. Tradurre shenpa come “attaccamento” può essere tecnicamente corretto; per non essere ripetitivi, altre volte sostituiamo “attaccamento” con “desiderio” o “afferrarsi, aggrapparsi”. Questa gamma di sinonimi solleva però la questione della precisione e accuratezza della traduzione.

Il linguaggio è in continua evoluzione e lo stesso vale per il significato delle parole che, a volte, perdono la propria potenza originale a causa di un uso eccessivo.

L’uso buddhista della parola “attaccamento” ne è un ottimo esempio: è stata utilizzata così tante volte che ormai non ha più l’impatto che aveva e che invece dovrebbe continuare ad avere.

Traduciamo shenpa attaccamento, desiderio, brama ma, in parole povere, potremmo dire che shenpa è come avere una cotta tremenda e, per quanto ci faccia sentire sciocchi, non riusciamo a smettere.

Per esempio, supponiamo di comprare un iPhone. Supponiamo di averne visto uno e, da quel momento, desiderarlo così tanto da non riuscire a pensare ad altro. Parlo per esperienza personale. Questo è shenpa.

Shenpa potrebbe anche essere tradotto come “follemente innamorati” e chiunque sia mai stato follemente innamorato sa per esperienza diretta che, in quei momenti, la mente razionale va a farsi benedire. La logica va a gambe all’aria e anche se il vostro partner puzza di un uovo marcio, per voi la sua è la più seducente delle fragranze. La logica, la mente razionale, il buon senso sono completamente fuori gioco, non è così? Di nuovo, questo è shenpa.

Quando proviamo shenpa, quando sentiamo attaccamento, attrazione, desiderio di afferrare, siamo infatuati, ci siamo presi una cotta micidiale, abbiamo perso i nostri sensi. Shantideva dedica un intero capitolo a come come diventano gli esseri ignoranti quando sono schiavi delle proprie emozioni.

Shenpa ha anche un’altra caratteristica: l’oggetto del nostro desiderio sembra perseguitarci. Una volta, stavo facendo shopping a Berlino e, a un certo punto, una valigia d’epoca di pelle, nella vetrina di un negozio di seconda mano, ha catturato la mia attenzione. Per giorni e mesi la mia mente è tornata di tanto in tanto al ricordo di quella valigia facendomi provare una fitta di rimpianto per non averla comprata. Così, ovviamente, quando mi ritrovai di nuovo a Berlino, andai direttamente in quel negozio e shenpa era così forte che non cercai nemmeno di contrattare sul prezzo. Questa è la qualità inquietante di shenpa: non importa quanto cerchiamo di indirizzare altrove la nostra attenzione, l’oggetto del nostro desiderio riesce a ritrovare la via di casa: la nostra mente.

Oggi come oggi, vogliamo sempre sapere che cosa c’è di nuovo, qualunque cosa sia, che cosa potrebbe piacerci, che cosa potremmo desiderare. Ma questa frenesia rende forse la nostra vita migliore? Ci permetterà di parlare più armoniosamente con nostro marito o con nostra moglie?

Dobbiamo imparare a come rinunciare ai nostri attaccamenti egoistici e quanto ciò ci gioverà, altrimenti la nostra pratica del Dharma si rivelerà un pessimo investimento.

Dobbiamo giungere alla ferma conclusione che shenpa è l’investimento più fallimentare che possiamo scegliere. Shenpa è una parola bellissima e molto potente. Shenpa è alla radice delle nostre emozioni. Ed è sempre shenpa che attiva le nostre paranoie e, anche se solo temporaneamente, il piacere. Ma non dobbiamo mai dimenticare che la presenza di shenpa significa l’assenza di una mente razionale, proprio come quando si è follemente innamorati: si è come ubriachi, non si è affatto lucidi; si perde la testa, la visione è offuscata e distorta, la capacità di giudizio compromessa. Shenpa è corruzione, non è pura.

Supponiamo di sostituire con l’espressione “follemente innamorato” la parola “attaccamento”: se siete follemente innamorati di questa vita, non siete praticanti di dharma; se siete follemente innamorati del samsara, non avete realizzato la mente della rinuncia; se siete follemente innamorati delle vostre personali priorità, non siete un bodhisattva; e soprattutto, se siete follemente innamorati non avete saggezza. Questa traduzione alternativa di shenpa vi offre un nuovo modo di comprendere l’attaccamento?

Nel Mulamadhyamakarika, Nagarjuna dice: “mi prostro a Gautama che per compassione ha insegnato la vera dottrina che porta alla rinuncia a tutte le opinioni”. Quando leggiamo la frase: “Se avete attaccamento, non avete saggezza”, pensiamo automaticamente che debba esserci una visione particolare che è quella giusta, più alta e più profonda, ma questo è un errore.

Secondo Nagarjuna, lo scopo ultimo del buddhadharma è quello di trascendere ogni tipo di visione. Finché manteniamo una qualsiasi visione, non siamo ancora illuminati.

Che cosa otteniamo allora se pratichiamo il sentiero Mahayana? La risposta è semplice. Non vogliamo forse essere tutti felici? E allora facciamo della felicità il nostro incentivo! Non vogliamo tutti vivere felici e contenti? Eppure facciamo fatica a trovare la felicità in tutto ciò che facciamo in questo mondo. Scienza, economia, politica, filosofia: tutte le nostre attività umane, in un modo o nell’altro, sono orientate ad assicurarci la felicità, individuale e sociale. Questa ricerca della felicità è la forza trainante della nostra vita.

E i buddhisti non fanno eccezione. Sì, come praticanti del buddhadharma, siamo attratti dalla nostra ricerca della felicità. Arriviamo al Dharma gravati e delusi dal mondo samsarico della sofferenza, stanchi della nostra monotona routine, delle giornate che si ripetono sempre uguali; siamo stufi marci della vita samsarica e ci avviciniamo al Dharma cercando una felicità se non eterna almeno un po’ più duratura.

Manjushri ci dice che se vogliamo essere felici, dobbiamo liberarci di tutte e quattro le categorie di shenpa, perché finché abbiamo attaccamento, non saremo liberi da dolore, ansia, speranza e paura.

Il sentiero buddista è davvero concreto. Non è una religione mistica e astratta; è fondamentalmente pragmatica.

Liberarsi da shenpa non si basa sull’intercessione divina di figure celesti pronte a salvarci. Si basa sulla chiara evidenza che l’abbandono del nostro attaccamento ha effetti benefici. Scientificamente e razionalmente, possiamo constatare dei miglioramenti nella nostra vita. E se molti individui rusciranno ad abbandonare l’attaccamento collettivo, la società nel suo complesso non potrà che migliorare.

Dzongsar Jamyang Khyentse Rinpoche – Tradotto da Parting from the Four Attachments – Sachen Kunga Nyingpo’s Lojong Shenpa Shidrel – The Mind-training of Parting from the Four Attachments

Il testo integrale in inglese può essere scaricato gratuitamente qui.