Non c’è peggior male dell’odio e nessuna forza paragonabile alla pazienza. Perciò dovrei sforzarmi in ogni modo di meditare sulla pazienza. (Shantideva, Bodhisattvacharyavatara, 6,2)

In generale, ci sono molte emozioni afflittive come la presunzione, l’arroganza, la gelosia, la bramosia, la lussuria, la chiusura mentale e così via, ma fra tutte l’odio o la rabbia sono il male peggiore.

Questo per due motivi. Primo, perché l’odio e la rabbia sono il più grande ostacolo per un praticante che desideri realizzare la bodhicitta, l’aspirazione altruistica e il buon cuore.

Secondo, perché quando sorgono, odio e rabbia hanno la capacità di distruggere la propria virtù e la calma della mente. È per queste ragioni che l’odio è considerato il male peggiore.

L’odio è una delle sei emozioni afflittive secondo la psicologia buddhista. La parola tibetana per indicarlo è “zhe dang” (Tib. zhe sdang), e viene indifferentemente tradotta con “rabbia” oppure “odio”. Tuttavia, sono sempre più convinto che dovrebbe essere tradotta come “odio”, perché la “rabbia”, può essere positiva in circostanze molto particolari: se è motivata dalla compassione oppure se agisce come stimolo o catalizzatore per un’azione positiva.

In tali rare circostanze, la rabbia può essere positiva, mentre l’odio non lo è mai. È sempre e totalmente negativo. Pertanto, poiché l’odio è totalmente negativo, non dovrebbe mai essere usato come termine per tradurre la parola tibetana “zhe dang” quando appare nel contesto del tantra.

Possiamo aver sentito l’espressione “portare l’odio nel sentiero”: è una traduzione errata e fuorviante. In questo contesto, l’odio non è la parola giusta; si dovrebbe usare “rabbia”. In breve: la parola tibetana zhe sdang può essere tradotta come “rabbia” o “odio”, ma la “rabbia” può essere positiva; quindi, quando “zhe sdang” fa riferimento all’emozione afflittiva, deve essere tradotto come “odio”.

Nelle ultime due righe della citazione di Shantideva si legge “Perciò dovrei sforzarmi in ogni modo di meditare sulla pazienza“. Poiché il nostro obiettivo è coltivare e sviluppare la nostra capacità di tolleranza e rendere stabile la nostra pratica della pazienza, ciò che dobbiamo imparare è come contrastare le forze della rabbia e dell’odio, in particolare dell’odio.

Si dovrebbero adottare tutti i tipi di tecniche per aumentare la propria familiarità con la pazienza. Queste includono non solo ciò che accade nella vita reale, ma anche, attraverso l’uso della propria immaginazione, la visualizzazione di situazioni che ci consentano di analizzare in che modo la nostra mente reagirà e vi risponderà.

Si dovrebbe sempre cercare di contrastare l’odio e sviluppare la propria capacità di tolleranza e pazienza.

La mia mente non sperimenterà mai la pace finché lascerà spazio a pensieri di odio che causano sofferenza. Non troverò né gioia né felicità; non riuscirò a dormire, mi sentirò sempre turbato. (Shantideva, Bodhisattvacharyavatara, 6,3)

Questa strofa mette in luce gli effetti distruttivi dell’odio, che sono molto visibili, molto evidenti e immediati. Per esempio, quando sorge una forte sensazione di odio o di avversione, in quell’istante essa travolge totalmente e distrugge la nostra pace interiore e la nostra presenza mentale. Se quel pensiero d’odio mette radici in noi, ci fa sentire tesi e nervosi, oppressi, compressi; ci fa perdere l’appetito, ci rende insonni e così via.

Sono convinto che lo scopo della nostra esistenza sia quello di cercare la felicità e la realizzazione. Anche dal punto di vista buddhista, quando parliamo dei quattro fattori della felicità, o quattro fattori di appagamento, i primi due sono legati al raggiungimento della gioia e della felicità in termini mondani, lasciando per ultime le aspirazioni religiose o spirituali come la liberazione e l’illuminazione.

I primi due fattori riguardano la gioia e la felicità così come le intendiamo convenzionalmente, in termini mondani. Per sperimentare pienamente questo livello di gioia e felicità, la chiave è il proprio stato d’animo, insieme ad altri fattori che – sempre convenzionalmente – riteniamo essere fonte di felicità: la salute fisica, il benessere economico, amicizie auteniche. Convenzionalmente, riconosciamo che per godere di una vita felice e appagante, abbiamo bisogno di una cerchia di amici di cui ci fidiamo e con i quali possiamo relazionarci emotivamente; stare bene di salute e avere di che vivere dignitosamente.

Ma per poter godere di una vita felice e significativa, è il proprio stato d’animo ad essere cruciale. Se in cuor proprio si è gravati da pensieri di odio, da una intensa rabbia, dal rancore per prima cosa danneggiamo la nostra salute, distruggiamo con le nostre mani uno dei fattori che abbiamo appena citato e che contribuiscono alla realizzazione nostra felicità.

Possiamo essere ricchi e possedere quanto di meglio ci sia al mondo, ma quando siamo in balia dell’odio il primo pensiero è quello di fare tutto a pezzi. E questo ci dimostra non c’è alcuna garanzia che la ricchezza da sola possa garantirci la gioia o il senso di realizzazione che deisderiamo.

Allo stesso modo, se siamo veramente infuriati anche un amico intimo può apparirci irritante e fastidioso. Ancora una volta, ciò indica che il nostro stato d’animo è cruciale nel determinare il nostro livello di gioia e felicità.

Lasciando da parte la prospettiva della pratica del Dharma, anche solo in termini mondani, di godimento di una esistenza quotidiana felice, maggiore è il livello di calma nella nostra mente, maggiore è la nostra pace mentale, e maggiore è la nostra capacità di godere di una vita felice e gioiosa.

Attenzione, però: quando parliamo di uno stato di calma mentale o di pace mentale, non dobbiamo confondere questo stato con l’insensibilità, il distacco, l’apatia, una totale assenza di sensazioni, un sentirsi svuotati.
Non è questo ciò che intendiamo. La vera pace mentale è radicata nel buon cuore e nella compassione. C’è un grado molto alto di sensibilità e di sentimento coinvolti in questo stato.

Finché ci manca la disciplina interiore, la calma della mente, non importa quali siano le nostre condizioni esteriori, non proveremo mai la sensazione di gioia e felicità che cerchiamo.

Ma se possediamo questa qualità interiore, cioè la calma della mente, un certo grado di stabilità interiore, allora anche se ci mancano cose che sono normalmente considerate necessarie per una vita appagante, è comunque possibile vivere una vita felice e gioiosa.

Se esaminiamo perché sorgono in noi i pensieri di rabbia o di odio, scopriremo che, in generale, avviene quando ci sentiamo feriti, quando sentiamo di essere stati trattati ingiustamente, quando le nostre aspettative vengono frustrate. Se in quell’istante analizziamo attentamente il modo in cui nasce la rabbia, si ha come la sensazione che questa emozione stia venendo in nostro soccorso, come un amico che ci sostiene nella nostra battaglia o nella vendetta contro chi ci ha inflitto un danno.

Così la rabbia o l’odio ci appaiono come uno scudo protettivo. Ma in realtà si tratta di un’illusione. Rabbia e odio sono stati d’animo allucinati. Chandrakirti nell’ “Ingresso nella via di Mezzo” sostiene che rispondere alla violenza con la violenza potrebbe avere una qualche giustificazione se la vendetta avesse una sua utilità, o se servisse a prevenire o ridurre un danno che peraltro è già stato inflitto. Ma non è così: se il danno, la lesione fisica o qualsiasi altra cosa, sono già stati procurati, hanno già avuto luogo, vendicarsi non li ridurrà o li impedirà. Anzi, se si reagisce ad una situazione in modo negativo invece che tollerante, non solo non si ottiene alcun beneficio immediato, ma si consolida un atteggiamento, una familiarità, una consuetudine all’aggressività che ci farà ripetere in futuro lo stesso tipo di reazione.

Dal punto di vista buddhista, la conseguenza della vendetta sarà sperimentata dall’individuo nella sua vita futura. Quindi, non solo non c’è un beneficio immediato, ma anche a lungo termine non ci sono vantaggi.

Tuttavia, se una persona è stata trattata in modo molto ingiusto e la situazione non viene affrontata, possono verificarsi conseguenze estremamente negative per l’autore di quell’azione. Una situazione di questo tipo richiede una reazione determinata. In tali circostanze, è possibile che, motivati dalla compassione nei confronti dell’autore dell’azione negativa e senza generare né rabbia né odio nei suoi confronti, si possa effettivamente prendere una posizione forte e adottare contromisure altrettanto forti.

Infatti, uno dei precetti dei voti del Bodhisattva è quello di adottare contromisure forti quando la situazione lo richiede. Se un Bodhisattva non prende contromisure quando la situazione lo richiede, allora infrange uno dei suoi voti.

Inoltre, come indica la Via di Mezzo, rabbia, odio e avversione non solo hanno effetti indesiderabili nelle vite future, ma anche nel momento in cui si manifestano. Per quanto si cerchi di mantenere esteriormente un certo controllo, è evidente che chi è in balia di queste emozioni distruttive subisce una trasformazione persino dei lineamenti del proprio volto; lo sguardo si fa minaccioso, il corpo vibra, emana ostilità. E la gente lo percepisce, persino gli animali lo percepiscono. Queste sono le conseguenze immediate dell’odio.

Infine, quando sorgono rabbia e odio così intensi, la parte migliore del nostro cervello – quella dotata della capacità di distinguere tra giusto e sbagliato e valutare le conseguenze a lungo e a breve termine delle proprie azioni – non riesce più a funzionare. Non può più funzionare. E’ come essere temporaneamente impazziti.

Se riflettiamo sui tanti effetti negativi e distruttivi della rabbia e dell’odio, ci rendiamo conto che è necessario prendere le distanze da queste esplosioni emotive. Per farlo, la ricchezza non è di alcuna utilità: anche se si è milionari, si è soggetti a questi effetti distruttivi della rabbia e dell’odio. Neppure l’educazione può garantirci che ne saremo al riparo. Allo stesso modo, la legge non può garantire alcuna protezione. Neanche le armi nucleari, per quanto sofisticato possa essere il sistema di difesa, non sanno dare una protezione o difenderci dagli effetti distruttivi di queste afflizioni mentali.

L’unico fattore che può darci rifugio e protezione è la pratica della tolleranza e della pazienza.

Sua Santità il XIV Dalai Lama. Tradotto da Healing Anger: The Power Of Patience From A Buddhist Perspective