Oggi vorrei parlarvi di ciò che nel Tantra è chiamato “apparenza pura”. In tutto il buddhismo si trovano molte tecniche che ci aiutano a superare le diverse afflizioni mentali. Ci sono molti tipi di tecniche, molti antidoti e così via. L’ “apparenza pura” è uno di questi. Il modo in cui viene spesso formulato è, nel contesto del tantra – soprattutto nello yoga tantra supremo – che dobbiamo considerare tutto ciò che ci circonda (compresi noi stessi) come la divinità, o come qualcosa di puro.

Nella pratica, dopo aver meditato sul vacuità con la motivazione di bodhicitta, immaginiamo la nostra saggezza sorgere sotto forma di una divinità e ci identifichiamo con essa. Siamo una divinità purificata, non siamo più il nostro vecchio io; non è il nostro vecchio corpo a diventare il corpo della divinità perché tutto si è dissolto nella vacuità.

Successivamente ci si impegna a vedere tutto ciò che ci circonda come una terra pura, le persone attorno a noi come buddha, le risorse che usiamo come oggetti puri che non causano afflizioni e tutte le nostre attività come le azioni di una persona pienamente illuminata.

Vedere tutto come puro ci aiuta a superare la nostra mente critica e giudicante che è sempre in procinto di cogliere i difetti di ogni cosa, considerando invece tutto come puro e libero dalle speculazioni che di solito proiettiamo: dall’esistenza intrinseca a “quella persona si prende gioco di me”. Immaginiamo che tutta questa roba sparisca e vediamo tutti come puri. E’ un antidoto alle nostre apparenze ordinarie e al nostro modo ordinario di pensare a noi stessi e agli altri.

Esattamente in questa ottica, guardiamo come puro anche il nostro maestro spirituale, specialmente il guru vajra, colui che ci ha dato l’iniziazione. Sarebbe ridicolo provare a vedere tutti gli altri esseri come un buddha, ma non la persona da cui riceviamo insegnamenti e iniziazioni. Tuttavia, di solito, quando si spiega il “samaya”, ovvero il tipo di impegni e legami che si assumono quando si prende un’iniziazione tantrica, si fa riferimento soprattutto all’apparenza pura del guru e la ragione è che, in questo modo, addestriamo la mente a superare la nostra tendenza abituale a criticare anche i nostri insegnanti: lo scopo di questo metodo, in altre parole, è quello di evitare di proiettare tutta la nostra spazzatura interiore sul maestro spirituale per poi stancarci di lui (o di lei) e allontanarcene.

Quando iniziamo a praticare il Dharma portiamo con noi tutta la nostra vecchia “roba” e la proiettiamo sul nostro guru. E’ incredibile: alcuni proiettano sul guru l’idea che sia una figura autoritaria che cerca di controllarci; altri che da lui riceveranno tutto l’amore che non si è ottenuto dalla propria famiglia; altri ancora che il guru farà di loro persone finalmente importanti.

Ognuno di noi ci mette del suo e poi, qualunque cosa stia facendo l’insegnante, la mente si comporta come un opinionista che non va mai in vacanza, che non si ferma mai, ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Se la nostra “fabbrica di opinioni” è particolarmente attiva, allora si hanno opinioni su tutto quello che fa la nostra guida spirituale, proprio come si hanno opinioni su quello che fa il resto del mondo.

Così iniziamo a proiettare opinioni e giudizi sul nostro insegnante: perché ha fatto questo? perché non ha fatto quello? come mai tratta tizio in quel modo? non dormirà troppo? dorme troppo poco? perché è generoso con gli altri ma non con me? perché questo e perché quello? Insomma, il pacchetto completo.

Ci sono un sacco di preferenze e opinioni generali. E poi possiamo diventare incredibilmente critici. Vediamo il nostro insegnante fare qualcosa e, all’improvviso, proiettiamo ogni sorta di negatività su di lui, ci facciamo dei film mentali e ci arrabbiamo finché alla fine diciamo: “Basta, ho chiuso. Di buddhismo non ne voglio più sapere, questo insegnante non merita il mio rispetto perché ha fatto questo, questo e quest’altro e se lui rappresenta il buddhismo non mi sta più bene. Sono stufo e quindi arrivederci e grazie”. E rinunciamo alla nostra pratica del Dharma.

E’ una situazione incredibilmente difficile ed è molto, molto pericoloso dare seguito alle nostre parole e a questo genere di pensieri. E’ già successo tantissime volte in passato e non sto parlando di tantra o di altro.

Un insegnante che conoscevo aveva molti studenti e poi ha fatto alcune cose che credo non fossero esattamente “mezzi abili”: alcuni dei suoi studenti hanno lasciato correre, ma altri si sono veramente arrabbiati: “Beh, mi ha insegnato questa pratica, ma io non mi fido più perché guarda come si comporta. Che cosa dovrei fare, rinuncio alla mia pratica? Mi allontanerò da questo maestro, ma devo anche rinunciare alla pratica?”.

Per comprendere se la vostra è una pratica di Dharma vera e propria, controllate la vostra mente, verificate se ne trae beneficio. Rinunciare al Dharma semplicemente perché le azioni di un insegnante vi hanno deluso non ha senso: quella persona non è tutto il Dharma. Avete preso rifugio nel Dharma, non in un essere umano.

Quando si verificano situazioni di questo genere, quando diventiamo ipercritici corriamo seriamente il rischio di abbandonare tutta la nostra pratica e se lo facciamo, chi ne è maggiormente danneggiato? Noi.

Ora, tutto questo si basa sul presupposto che l’insegnante stia rispettando l’etica generale buddhista, che si stia comportando correttamente.

Spesso ci viene insegnato di vedere il guru come il Buddha, ma molto dipende da quale testo lamrim si studia. Je Rinpoche ne parla molto brevemente nel suo lamrim, non lo sottolinea in modo particolare. Altri testi invece danno a questo soggetto una grandissima enfasi. Da qui può nascere, soprattutto per i praticanti occidentali, una notevole confusione.

Nel 1993, si è svolto un incontro tra numerosi insegnanti buddhisti occidentali e Sua Santità il Dalai Lama che ci ha parlato in proposito della sua esperienza personale.

Quando Sua Santità era giovane aveva due insegnanti principali, Tathag Rinpoche e Reting Rinpoche. Nessuno sa se questi due lama si stessero effettivamente facendo la guerra o se fossero i loro assistenti a litigare. Forse entrambe le cose. In ogni caso, secondo le apparenze comuni, questi due lama, più i loro assistenti, erano davvero in conflitto, al punto che c’era una guerra tra il governo tibetano e il monastero di Sera, dove si trovava Reting Rinpoche. Una vera e propria guerra fisica tra di loro. Alla fine il Reting Rinpoche fu rinchiuso in una prigione nel Potala Palace.

Ora, provate a immaginare se questi due lama fossero stati i vostri insegnanti e voi aveste assistito a quanto stava accadendo tra loro: avrebbe influenzato la vostra pratica di Dharma? Non vi sarebbe venuta voglia di mollare tutto?

Questa era la situazione in cui si trovò il Dalai Lama da giovane, con i suoi due insegnanti. All’incontro del 1993 disse: “Ho meditato a lungo e ho pensato alla loro gentilezza nei miei confronti nell’insegnarmi il Dharma, perché tutto quello che so, la mia capacità di praticare il Dharma e quanto il Dharma mi ha aiutato è dovuto a questi e ad altri lama. Non ho ragione di criticarli, perché sono davvero grato per la loro gentilezza e per tutto quello che mi hanno insegnato. Ed è così che li vedo nella mia meditazione. Ma – ha subito aggiunto Sua Santità – quando esco dalla mia meditazione e ho a che fare con il governo tibetano, dico chiaramente ai miei due insegnanti che quello che hanno fatto è sbagliato, che dovevano smettete di combattersi”.

Ricordo che allora noi occidentali siamo rimasti lì a guardarlo pensando “wow”: il Dalai Lama era riuscito a tenere insieme le due cose nella sua mente in modo non contraddittorio. Quando guardava i suoi insegnanti dal punto di vista del Dharma erano dei Buddha, aveva per loro una profonda devozione. Ma quando li osservava in modo pratico poteva tranquillamente dire “quello che state facendo è sbagliato”. Un atteggiamento non contraddiceva né sminuiva l’altro.

Questo mi ha fatto capire che il mio modo di pensare (e credo, probabilmente, il modo di pensare molta gente) impedisce di tenere insieme qualità contraddittorie di una persona: se qualcuno è buono, tutto quello che fa è buono, noi siamo follemente innamorati di lui e lui non potrà mai farci del male. Se però commette anche un solo errore, tutto quello che fa diventa automaticamente male e ci sentiamo nella posizione di poterlo criticare su ogni cosa.

Siamo così nelle nostre relazioni personali, non è così? Siamo un po’ estremisti.

Questa tecnica di vedere il guru come un buddha, e tutte le sue azioni come pure, è stata quindi ideata per impedirci di entrare in questa mentalità estremista.
Tuttavia diventa estremamente problematica per le persone che sono state introdotte al tantra troppo presto. Questo, a mio avviso, è il problema di base, il motivo di tanta confusione. Questo è il motivo per cui Sua Santità stesso ha detto che insegnare alle persone a vedere il guru come buddha e a vedere tutte le sue azioni come perfette può essere un veleno in molte situazioni; si tratta di un insegnamento che non dovrebbe essere un dato universalmente, ma solo a un particolare tipo di praticanti, particolarmente avanzati lungo il sentiero.

Viene spontaneo chiedersi: perché, allora, ad esempio, ne La Liberazione nel Palmo della Tua Mano, la devozione al guru è un soggetto così tanto enfatizzato?

Perché quegli insegnamenti, dati da Pabonka Rinpoche e registrati da Trijang Rinpoche, erano insegnamenti introduttivi dati prima che Pabonka Rinpoche concedesse una serie di iniziazioni del supremo yoga tantra ad un gruppo di monaci.

Il suo pubblico era composto da persone che si dedicavano al Dharma, che avevano studiato a lungo i testi filosofici, che avevano una buona comprensione del Dharma ed erano insegnamenti che precedevano una iniziazione tantrica.

Un altro aspetto da considerare rispetto agli insegnamenti sulla devozione al guru è che il Vajrayana è molto diffuso in Tibet e molti insegnanti lo trasmettono ai propri studenti, anche senza aver dato loro alcuna iniziazione tantrica; prima o poi li guidano in quella direzione, dicendo loro – anche se sono ancora dei principianti – che devono vedere il guru come il Buddha e tutte le sue azioni come pure. Ma questo non funziona con i principianti! Almeno non con gli occidentali. Forse con i tibetani, che hanno una grande fede e possono accettarlo.

Per questa ragione Sua Santità il Dalai Lama ha ribadito che la devozione al guru non dovrebbe essere insegnata a chi è agli inizi della pratica del Dharma; se si sta già praticando il supremo yoga tantra, invece, allora è parte della pratica, ma i presupposti sono completamente differenti.

Venerabile Thubten Chodron – Tradotto da What it means to see the guru as the Buddha