Quando pratichiamo il Dharma ciò che vogliamo fare è arrivare a una radicale trasformazione di noi stessi: da persona ordinaria, piena di rabbia, attaccamento e confusione, a un essere onnisciente, capace di infinito amore e infinita compassione per ogni essere sensiente, in grado di condurre ciascuno a uno stato di pace e felicità senza fine.

E’ superfluo dire che questo processo richiede del tempo ed è piuttosto complesso ma, se siete qui oggi (in ritiro presso il Sravasty Monastery n.d.t) protreste aver compreso che esiste un metodo per realizzare questa trasformazione della mente: trascorrere del tempo in un luogo dove sono presenti tutte le condizioni che, da un lato, impediscono l’insorgere delle afflizioni mentali e, dall’altro, favoriscono la coltivazione delle qualità positive e degli stati mentali benefici.

E’ esattamente per questa ragione che esistono i monasteri. Quando le persone lasciano la loro abituale quotidianità per fare un’esperienza di vita monastica imparano ad affrontare un processo di completa risocializzazione in cui praticamente ogni aspetto del loro essere viene messo in discussione.

Quando sono arrivata al monastero, oltre ad imparare tutte le preghiere, le pratiche e le meditazioni note ai praticanti buddhisti, ho dedicato tantissimo tempo ed energie ad investigare il senso di identità a cui ero legata e a smantellarlo. E’ sato un processo davvero doloroso e destabilizzante e il sostegno della comunità monastica si è rivelato fondamentale.

Il buddhismo insegna che ogni fenomeno è privo di un’esistenza intrinseca e separata, ma che esiste in dipendenza da cause e condizioni dalla sua parte e in dipendenza da una mente che lo afferra, concepisce ed etichetta . Naturalmente ciò si applica anche all’io, all’individuo, e uno dei primi passi nella meditazione sulla vacuità è proprio quello di identificare l’oggetto che deve essere negato: l’io esistente in modo inerente.

Ma prima ancora di arrivare a questo livello di analisi, è molto utile osservare e indagare le identità convenzionali con cui costruiamo la nostra e di cui spesso siamo totalmente inconsapevoli.

Quindi ora dedisero mostrarvene alcune perché hanno condizionato il mio modo di pensare a me stessa e a come avrei dovuto essere quando ero una ragazzina. Sono sicura che per molti di voi saranno immagini familiari, quanto meno se siete cresciuti negli Stati Uniti o in qualsiasi altra nazione sviluppata e “occidentalizzata”. Ecco la prima.

Rappresenta ciò che credevo una donna dovesse essere, stando all’opinione degli “esperti” dell’industria della moda: bionda, bianca, mangra, con un seno prosperoso. Io non sono mai stata nulla di tutto ciò e così sono cresciuta provando sempre più rabbia e frustrazione verso me stessa per non avere il “corpo giusto”, il “peso giusto” ed eticettandomi come “brutta”. Vi confesso che a questa convinzione ci sto ancora lavorando per smantellare la scarsa considerazione che ho di me, perché mina profondamente la fiducia in me stessa e l’energia necessarie per fare quacosa di buono per il mondo e per me.

Un metodo che mi ha permesso e mi permette di farlo e per allentare la presa su questa immagine non salutare di me stessa è attraverso la meditazione sul corpo, comune a tutte le tradizioni buddhiste.
Questa meditazione ha lo scopo di ridurre l’attaccamento e l’identificazione che abbiamo con il nostro corpo e consiste nell’analizzarne le singole parti.

E’ facile allora arrivare alla conclusione che il nostro “io” non si trova in nessuna di esse e neppure nell’insieme di tutte queste parti. Ci riendiamo allora conto di quanto sia ridocolo definire qual è il nostro valore e il valore della nostra vita basandoci sul colore dei capelli, se sono lisci o ricci, o attraverso tutti quei canoni che l’industria della bellezza ci ha trasmesso.

Ricevere l’ordinazione è un altro metodo per smantellare a fondo queste identità superficiali basate sull’apparenza esteriore e sulle caratteristiche fisiche, perchè la prima cosa che si fa dopo l’ordinazione è rasarsi i capelli, gettare via qualsiasi make up o profumo, indossare abiti informi e per nulla fashion tanto che per chiunque vi stia attorno è impossibile identificarvi come oggetto sessuale.

Ma c’è ancora un’altra identità che come donna mi sono sforzata di lasciar andare, quella della donna brillante, di successo, in carriera, alla costante ricerca di nuove e altisonanti qualifiche, stipendi stellari.

Quando ancora lavoravo, uno dei consigli che mi veniva più spesso dato era di essere sempre a caccia del mio prossimo lavoro. Sempre, anche se ne avevo appena iniziato uno nuovo. Dovevo essere una donna ambiziosa e competitiva, ciecamente devota al mito delle conquiste individuali.

Per fortuna, qui al monastero, questo atteggiamento – questa brama ed egocentrismo – non hanno alcun senso né spazio e ne sono profondamente grata perché quel modo di essere mi ha provocato moltissima sofferenza, mentre ora la mia vita in questa comunità è fondata sul fatto che tutti ci impegnamo insieme, con un sincero spirito di cooperazione, e quando dobbiamo prendere delle decisioni cerchiamo di tenere i considerazione i bisogni e le necessità degli altri perima che i nostri. Qui nessuno cerca di avanzare o primeggiare a discapito degli altri, nessuno lotta per la fetta più grande della torta. Cerchiamo di vivere in armonia.

C’è poi un’altra identità, lo stereotipo della famiglia perfetta dove la madre è perennemente affettuosa e disponibile, il padre attento ai bisogni di tutti e gran lavoratore e i figli dei gran bravi bambini. E poi c’è “il bravo studente”, il “bravo amico”, la “brava ragazza”. Alcuni di voi potrebbero anche essere “bravi cittadini”, “bravi tifosi” o – questa è l’identità più ambita – “bravi praticanti spirituali”.

Per ciascuno di questi ruoli abbiamo rigidi standard a cui ci sentiamo in dovere di tendere come ideali e con i quali ci confrontiamo incessantemente, sentendoci spesso non all’altezza e inadeguati perché si tratta per l’appunto di “ideali” non della norma. In realtà, in questi modelli non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato, ma se iniziamo a definire noi stessi esclusivamente sulla base di quanto ci avvicianiamo ad essi perdiamo completamente di vista l’interezza della realtà e sottovalutiamo il nostro potenziale.

Come vi ho detto, mi sono sforzata a lungo di smatellare tutte queste identità e, abbracciando la vita monastica, ho cercato di fare del mio meglio per non crearmi nuovi standard a cui dovevo corrispondere perchè di nuovo mi avrebbero bloccata. Il giudizio negativo su me stessa si sarebbe riproposto con altre forme.

All’inzio, per esempio, ero ossessionata dal fatto che i miei capelli non fossero mai abbastanza corti, perchè la “monaca perfetta” ha la testa completamente rasata; ho dovuto accettare che la mie vesti non mi stessero come un guanto o evitare di trasformare i buchi nelle mie calze in uno status symbol di quanto autentica e profonda fosse la mia rinuncia.

Ma più di ogni altra cosa mi sono concertrata sull’attaccamento per le lodi della mia Maestra (la Venerabile Thubten Chodron, n.d.t.) e delle monache più grandi, sul sentirmi in competizione con le altre giovani come me, sul bisogno d costruirmi una nuova identità come monaca in grado di affrontare questioni politiche o controverse, fare l’avvocato del diavolo, fare confronti con le altre tradizioni buddhiste e le loro pratiche.

Mi sono resa conto che stavo ricominciando a etichettare: amici quelli che avevano stima di me e indifferenti chi non mi dedicava abbastanza attenzioni o attestati di stima.

Morale della favola, mentre stavo cercando di smantellare le mie identità passate ne stavo erigendo di nuove, ugualmente basate su un modo di pensare contaminato dalle afflizioni mentali.

Cercare tuttavia di non avere alcuna identità non è la soluzione, è un approccio troppo estremo. Dobbiamo invece cercare di avere un io convenzionale stabile, di praticare il Dharma quando ci relazioniamo con il nostro prossimo, di impostare la nostra vita affinché sia il più possibile significativa.

La realtà convenzionale e ultima non sono in contrapposizione; dobbiamo affrontare i nostri condizionamenti e sviluppare la mente e il corpo con saggezza e in accordo con la realtà.

Scegliere quali delle nostre molteplici identità possono davvero essere d’aiuto e considerarci persone che stanno cercando di imparare il Dharma, imparando a vivere in mezzo agli altri, nonostante abbiano background e temperamenti diversi dai nostri; imparando ad essere autenticamente premurosi e compassionevoli. Vivere, insomma, come quancuno che sta imparando a creare un mondo più pacifico, come membro di una famiglia umana in costante cambiamento, concedendoci lo spazio per crescere, essere flessibili e con gli occhi ben aperti sulla realtà.

Venerabile Thubten Kunga – Trascritto e tradotto da Dismantling Identities