Un po’ ovunque, nel mondo e nel Paese (Stati Uniti, n.d.t.), la gente ha perso il lavoro e la casa a seguito della crisi economica globale. Tutti ci chiediamo: quanto ancora potrà peggiorare la situazione; quanto tempo dovrà passare prima che migliori?

Stiamo vivendo un’epoca di grandi sfide, eppure Madre Terra ha assistito molte volte all’ascesa e al declino delle sorti dell’umanità. Ricordo che durante gli anni della Guerra Fredda qualcuno una volta chiese un commento al XVI Karmapa, un grande maestro tibetano. Sua Santità sorrise e disse molto semplicemente: “Il mondo è sempre andato così”. Siamo sopravvissuti attraverso cicli di prosperità e povertà, di pace e di guerra, di fiducia e di dubbio. La vita è un viaggio ed è piena di avventure: alcune sono difficili da apprezzare, ma tutte contribuiscono alla sua ricchezza e profondità, offrono quella conoscenza e visione che possono trasformare i nostri sogni e le nostre aspirazioni in realtà.

Il nostro istinto fondamentale è la ricerca della felicità. Facciamo di tutto cercando di essere felici: lavoriamo, giochiamo, creiamo arte, andiamo in chiesa, facciamo battaglie salariali, contiamo i nostri soldi e, di tanto in tanto, ci rendiamo ridicoli. Paradossalmente, spesso sacrifichiamo la gioia di vivere sull’altare di questa ricerca spasmodica. Dovremmo allora chiederci: “Che cos’è la felicità che sto disperatamente cercando e per la quale sono disposto praticamente a tutto?” E’ un mistero così grande che sembriamo non preoccuparci troppo di scoprirlo veramente. Pensiamo sia il denaro, il prestigio e le relazioni, ma poi ci ritroviamo immancabilmente disillusi e annoiati, anche quando abbiamo ottenuto tutto.

Il ciclo infinito dell’insoddisfazione

A un certo punto, diventiamo degli automi: innestiamo il pilota automatico e, senza avere un chiaro scopo, andiamo avanti per inerzia, mossi da un cronico senso del bisogno, dalla vaga sensazione che manchi sempre qualcosa. Niente di quello che già abbiamo ci pare sufficiente ad alleviare questo senso di oppressione e quindi proseguiamo, con i nostri sforzi sovrumani, per progettare una vita che assomigli alla felicità che immaginiamo. Abbiamo letto tutte le ricette, messo insieme gli ingredienti giusti, ma il risultato non assomiglia mai alle immagini patinate della rivista di cucina. Quando la felicità dipende dagli oggetti materiali o dalle circostanze esterne ha vita breve.

Se ripensiamo alle speranze, alle aspettative e ai desideri infranti, se siamo onesti possiamo vedere la povertà di fondo della nostra mente che, abitualmente, coincide con quella del nostro portafoglio, anche se in realtà non sono affatto la stessa cosa. La nostra capacità di essere felici e appagati dipende infatti da quanto è sana la nostra mente sana e gentile e generoso il nostro cuore, non dalla ricchezza materiale. Eppure il nostro malcontento è come una fame bulimica che ci spinge a consumare all’infinito. Compriamo, chiediamo, rubiamo tutto ciò che ci fa sentire meglio, anche solo temporaneamente. Imprigionati nella nostra insoddisfazione, diventiamo degli accumulatori seriali. Ad un certo punto, tutto lo spazio che abbiamo a disposizione è strapieno. Ma ancora non ci diamo pace.

Accade esattamente la stessa cosa anche quando ci avviciniamo a un sentiero spirituale, spinti dalla fame e dall’insoddisfazione: collezioniamo insegnamenti, iniziazioni, istruzioni e pratiche, ma nonostante tutta questa ricchezza ci sentiamo ancora incompleti. Se un insegnamento non dà immediatamente i suoi frutti, passiamo a un altro; se non funziona subito si passa al successivo. Alla fine, ci ritroviamo punto e a capo. Tutto da rifare. Si ricomincia. Giriamo in tondo. Viviamo nell’esistenza ciclica, nel samsara, e di certo questo viaggio non porta all’illuminazione, ma a una confusione sempre più profonda.

Questo girare a vuoto avrà mai una fine? No, finché nel nostro cammino spirituale e nella vita non impariamo a trasformare il malcontento in soddisfazione, finché non impariamo a sentirci felici e a nostro agio con ciò già abbiamo, usandolo nel miglior modo possibile. Questa è la pratica della contentezza che, di per sé, è un seme dell’illuminazione. La nostra insoddisfazione – il samsara – continuerà per sempre se la lasciamo fare.

Quando avremo veramente trovato la felicità e il vero scopo della vita, i cambiamenti esteriori e temporanei non avranno più un impatto così disastroso sulla nostra mente. Secondo la saggezza del Buddha, la vera felicità può essere trovata solo dentro di noi. Le condizioni esterne – la ricchezza e le amicizie – possono servire come supporto o come strumenti per connettersi a un’esperienza interiore di gioia, ma se le consideriamo la nostra unica fonte di felicità, siamo davvero nei guai.

Con una mente calma e chiara, e con un atteggiamento gentile, possiamo invece riconoscere la realtà dell’impermanenza – l’inevitabilità del cambiamento – e andare avanti con fiducia. In Occidente si dice “volere è potere”: esercitare la volontà è impegnare il potere della mente per raggiungere il nostro scopo. Prima pensiamo e poi agiamo. Questo coincide con l’insegnamento buddhista che afferma che la mente è l’agente primario, il motore di tutte le azioni. Quando la mente è calma e stabile possiamo pensare in modo più lucido e preciso e quando ci troviamo in difficoltà e dobbiamo trovare una soluzione esistono metodi che possiamo adottare per sostenere il nostro processo decisionale.

In primo luogo, connetterci con il nostro cuore, con la nostra fondamentale bontà, calmare la mente e rilassarci. Poi riflettere su ciò che desideriamo veramente e quali sono le opzioni disponibili per realizzarlo. Infine, agiamo, passo dopo passo, con un atteggiamento di gentilezza verso voi stessi e verso gli altri. In questo modo possiamo iniziare ad affrontare le situazioni stressanti con una visione chiara ed equanime.

A volte la nostra idea di vita spirituale può essere eccessivamente teorica, astratta. Dal punto di vista buddhista, non c’è alcuna realtà al di fuori dell’insieme di esperienze che viviamo ogni giorno. Le nostre teorie spirituali possono essere favolose, ma anche un po’ vaghe quando si tratta di questioni pratiche. Possiamo essere capaci di parlare con grande disinvoltura della natura illuminata della mente e di tutti i fenomeni, ma quando si tratta delle nostre esperienze quotidiane, può essere difficile vedere il nesso tra le due cose. Per arrivare alla realtà di tutto ciò – per assaporare la natura pura della mente – dobbiamo essere aperti a tutte le esperienze della vita, specialmente a quelle che consideriamo negative.

Cogliere un’opportunità in ogni momento

Ci sono lampi di risveglio in continuazione, in mezzo agli alti e bassi della nostra quotidianità. Potremmo desiderare qualcosa di più, o meglio, o voler sfuggire disperatamente a ciò che riteniamo essere una terribile situazione. Ma qualunque essa sia, è molto importante essere semplicemente presenti. Perché? Perché nessuna esperienza si ripete mai, ognuna è un momento unico e singolare, prezioso come l’incontro con il Buddha; è la nostra sola occasione per non perdere la realtà di essere ciò che siamo e dove siamo, al di là di tutte le nostre speculazioni e teorie. Questo è l’intero processo del sentiero e della spiritualità.

Essere chi siamo inizia con l’essere dove siamo. Essere dove siamo è facile se l’esperienza è piacevole. Se siamo alle Bahamas, sdraiati su una bella spiaggia o facendo una nuotata, è semplice dire: “Oh, sì! Sono qui. Non voglio andare da nessun’altra parte”. Possiamo essere perfettamente presenti in quella situazione. Un bel po’ più difficile è essere dove siamo quando invece vorremmo essere da tutt’altra parte, ma è proprio allora che dobbiamo fare del nostro meglio per vivere la realtà ed essere dove siamo.

Quando incontriamo circostanze avverse, spesso la prendiamo sul personale e la nostra autostima crolla. Ma è proprio allora che può manifestarsi la qualità della nostra vita come “viaggio”, piuttosto che come destinazione. In quei momenti, possiamo sfruttare appieno la situazione trasformandola in un’opportunità per riconnetterci con il nostro cuore e vedere la natura interdipendente della nostra esistenza. Ovviamente, anche quando ci troviamo in situazioni di gioia, di piacere, di apprezzamento della bellezza del mondo naturale, dovremmo esserci anche noi: se ci perdiamo quegli attimi, stiamo perdendo un’altra grande opportunità. Il tramonto che avete davanti non si ripeterà mai più. Il cielo che vedete ora non si ripeterà mai più. La formazione delle nuvole, le onde e la marea, qualsiasi cosa stiate vivendo ora, non tornerà più. Accade solo una volta. Apprezzare ed essere pienamente presenti in ogni momento, senza attaccamento o avversione, è una pratica molto potente.

Abbiamo un sacco di opportunità per lavorare sulla nostra mente ed è per questo che nel buddhismo si parla della “preziosa rinascita umana”. Quando il Buddha ha insegnato la pratica di riflettere sulla preziosa nascita umana, non intendeva dire che dovremmo essere grati per avere un corpo umano invece di qualche altra forma fisica. Dal punto di vista buddhista, infatti, non tutte le vite umane possiedono le stesse opportunità e la nostra rinascita diventa preziosa solo quando abbiamo le capacità e la saggezza per comprendere e applicare le istruzioni per domare e addestrare la mente; in altre parole, quando abbiamo l’opportunità di realizzare la vera natura della nostra mente, che è la natura di Buddha. In questo senso, abbiamo nelle nostre mani il tesoro più incredibile e quando ce ne rendiamo conto non dovremmo fare altro che approfittarne.

Abbiamo sempre una scelte, sempre. Possiamo sederci e non fare nulla, mentre la nostra mente scivola sotto l’influenza di un’emozione inquietante dopo l’altra oppure, quando si presenta un’opportunità, rapportarci alla nostra esperienza e sfruttarla al meglio. E’ quello che chiamiamo “lavorare con il pensiero dell’impermanenza”. Se ci rendiamo conto di quanto sia effimero ogni momento, di quanto velocemente va e viene, per non ripetersi mai più, allora ci sentiamo ispirati a rendere il nostro tempo significativo, piuttosto che sprecarlo. In questo modo, ogni emozione diventa utile, non la gettiamo al vento.

Se sorge un pensiero o un’emozione che ci disturba e ne facciamo buon uso, invece di cercare di sbarazzarcene il prima possibile, diventiamo veri praticanti. Stiamo praticando realmente, perché stiamo lavorando con la mente e la nostra vita diventa significativa. Non siamo più intrappolati in un circolo vizioso di schemi mentali abituali, stiamo lavorando con la mente per interromperli e, a quel punto, le emozioni non sono più ordinarie, sono sacre. Perché? Perché le stiamo portando sul sentiero, stanno diventando Dharma. Non sto parlando solo di Dharma a livello intellettuale o delle manifestazioni esteriori della pratica. Parlo del dharma che è vivo e presente nell’andarivieni dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. Questo è il modo in cui portiamo il Dharma nella nostra vita ordinaria ed è il modo in cui possiamo effettivamente assistere a una vera trasformazione.

Se cogliete ogni opportunità per lavorare con la vostra mente – a casa, a scuola, al lavoro – alla fine ne avrete molte più che trascorrendo un’ora seduti sul cuscino con qualche vaga idea di “meditazione”. La pratica di lavorare direttamente con la vostra mente, momento per momento, è molto più potente perché cambia davvero il vostro flusso mentale. Quando si riconosce un’emozione con consapevolezza e la si penetra con un certo riconoscimento della natura della mente, quel processo è auto-trasformante. Non c’è nient’altro da fare. Se riuscirete a lavorare con la mente in questo modo, ne vedrete chiaramente l’effetto, e non solo in voi, ma anche nel contesto in cui vivete, nella vostra famiglia e comunità.

Il sentiero senza errori

Dal punto di vista del nostro viaggio, la pratica del Dharma non è altro che la pratica di lavorare con la nostra mente. Ed è soprattutto in tempi difficili che dobbiamo ricordare che il sentiero è un misto: da una parte c’è un processo di trasformazione in atto – in alcune ambiti stiamo superando gli ostacoli e sperimentando un certo livello di liberazione psicologica – dall’altra stiamo ancora lottando, commettiamo ancora azioni negative e improduttive, e di conseguenza ne sperimentiamo i risultati negativi. Non siamo sempre perfetti, la nostra vita è fatta anche di errori e fardelli di vario genere. Uno dei grandi yogi del nostro tempo, Khenpo Tsultrim Gyamtso Rinpoche, dice spesso: “Errore dopo errore, percorriamo il sentiero privo di errori”.

Così, quando ci rendiamo conto di aver commesso qualche sbaglio, o che ci siamo lasciati trasportare dalla rabbia o dalla paura, non dovremmo pensare che non stiamo progredendo sul sentiero o che non avremo successo. Probabilmente sentiamo di aver fallito, ma finché lavoriamo con la mente, applicando il Dharma in qualsiasi modo, è già un successo. Finché vi sforzate di riconoscere e lavorare con le vostre emozioni, con i pensieri e con qualsiasi tendenza a commettere azioni negative, state facendo il vostro lavoro. Riuscire o fallire in un caso particolare, è comunque un successo. Da questo punto di vista, il fallimento fa parte di ciò che costituisce il risultato. Di solito non però non ce ne rendiamo conto.

Il successo, nel cammino spirituale e nella vita, non si ottiene solo se si è perfetti. Non ci si può aspettare che ogni volta che si presenta uno stato d’animo inquietante, la “norma” sia realizzare immediatamente la sua vera natura. E’ possibile, ma non è la “norma”. Allo stesso modo, se vi aspettate che ogni anno il vostro reddito aumenti e il vostro business si moltiplichi, che la vostra prossima casa sia più grande della precedente e che il futuro sarà sempre più radioso e confortevole, state scambiando l’ideale con la “norma”. Questo non è solo un errore, ma è anche piuttosto noioso, come un film di cui si conosce già il finale. Nella vita reale, qualsiasi cosa può accadere e accade. Questa è la verità dell’impermanenza e del cambiamento ed è ciò che rende la vita una grande avventura. Ricordarlo e tenerlo sempre a mente ci permette di essere più pragmatici e allo stesso tempo coraggiosi. Dobbiamo smettere di rincorrere un ideale irrealistico e considerare il più possibile la vita come un viaggio, pieno di sorprese e opportunità a renderlo significativo.

Abbiamo bisogno del coraggio di un guerriero per poter affrontare e accettare, di tanto in tanto, le sconfitte e per trasformare la sofferenza e la confusione in liberazione e risveglio. Come i campioni di pugilato o delle arti marziali, dobbiamo accettare alcune sonore batoste ed essere disposti ad imparare da esse, per essere alla fine dei vincitori. A volte, quando ci sentiamo a terra, sembra che il mondo ci consideri come un sacco per la boxe e prendiamo colpi da tutte le parti. Questo è esattamente il momento in cui dobbiamo ricordare che la sconfitta, la delusione, la tristezza e il dolore fanno parte della nostra vita e della vita di tutti. Noi non facciamo eccezione. Molti altri sono in condizioni peggiori delle nostre in questo preciso momento e se abbiamo una certa abilità nel lavorare con la mente di sicuro stiamo siamo meglio di molti altri. Lasciate che questo pensiero tocchi il vostro cuore e vi porti alla determinazione di “impegnarvi per la vostra liberazione”, come ha insegnato il Buddha.

Siete voi a percorrere il sentiero. E’ il vostro viaggio, il modo in cui scegliete di andare avanti e la vostra responsabilità. Non siate impazienti di arrivare a destinazione e lasciate che il risultato arrivi a tempo debito. Non potete pretendere di trasformare la vostra mente in una frazione di secondo; ci vuole un po’ di tempo, ma non pensiate neanche che il successo sia irraggiungibile perché allora potreste pensare: “Non ce la farò mai, quindi lasciamo perdere.”

Ricordate che per quanto l’intelligenza, l’intuizione, o prajna, siano fondamentali per il vostro viaggio, c’è bisogno anche di una autentica compassione. È solo attraverso la compassione che possiamo manifestare al mondo ciò che conosciamo e comprendiamo perché sia di beneficio per gli altri. Non importa quanto acuta sia la vostra intelligenza, non dimenticate mai di filtrarla attraverso il cuore della compassione prima di manifestarla in un mondo pieno di sofferenze. Non sbattete la vostra saggezza in faccia agli altri. Non funziona. Se davvero volete aiutare qualcuno, lasciate semplicemente che la vostra compassione fluisca.

Se si vuole trasmettere qualcosa a un’altra persona, sia che si tratti della saggezza dell’illuminazione o di come svolgere un lavoro in modo più efficiente, la compassione è la porta d’accesso alla comunicazione. Quando il vostro cuore sarà illuminato dalla compassione e sarete al di là del vostro interesse personale o dell’autogratificazione, il vostro messaggio arriverà a destinazione: il vostro collega vi ascolterà, il mondo vi capirà, la vostra aspirazione a beneficio degli altri si realizzerà davvero. Ecco perché la compassione è spesso indicata come “la gemma che esaudisce i desideri”: può soddisfarli tutti. Quando saggezza e compassione sono insieme, voi stessi diventate il sentiero. E quando il cammino diventa impervio e incerto, rendete il vostro viaggio personale, non astratto; rendetelo genuino, non filosofico; rendetelo ordinario, non religioso. Allora sarà veramente il sentiero verso l’illuminazione.

Dzogchen Ponlop Rinpoche – Tradotto da Erring and Erring, We Walk the Unerring Path

Dzogchen Ponlop Rinpoche è la settima incarnazione di Dzogchen Ponlop Rinpoche. Nato nel monastero di Rumtek nel Sikkim (India), nel 1965, fu immediatamente riconosciuto da Sua Santità il XVI Gyalwa Karmapa. Ha studiato alla Columbia University di New York e parla correntemente l’inglese. Apprezzato per la sua capacità di rendere accessibile alla mente moderna l’immenso patrimonio del sapere buddhista, dedica gran parte delle sue energie allo sviluppo di un buddhismo autenticamente occidentale. È inoltre poeta e artista figurativo. Vive negli Stati Uniti, a Seattle, dove nel 1997 ha fondato Nalandabodhi, Nitartha International e Nitartha Institute for Higher Buddhist Studies.