Si sta facendo un gran parlare, via Internet, dell’intervista rilasciata dal Dalai Lama alla BBC in cui il leader spirituale ripropone una affermazione già fatta nel 2015 – “deve essere molto attraente, altrimenti non è molto utile” – riferendosi a un’eventuale successore donna, la sua reincarnazione secondo quanto credono i buddhisti tibetani, e qualora la tradizione dei Dalai Lama dovesse proseguire anche dopo di lui.

Da quando ho imparato a leggere e scrivere in inglese, sono sempre stato particolarmente attento alle dichiarazioni del Dalai Lama. Ha la stessa età di mia nonna, e quando lo guardo non vedo un premio Nobel per la pace o una celebrità. Vedo qualcuno che, fin da ragazzino, ha avuto la responsabilità di guidare il suo popolo durante l’invasione straniera e decenni di colonialismo ancora in corso. Qualcuno a cui viene negato l’ingresso in Paesi come il Sudafrica, la Thailandia e la Corea del Sud, perché i Governi vogliono evitare di irritare una delle nazioni più potenti del mondo (la Cina). Vedo qualcuno con una profonda saggezza spirituale che non accetta alcun compenso per qualsiasi apparizioni pubblica. Qualcuno che ha una scarsa padronanza della lingua inglese e delle sue sfumature e che è ospite permanente in terra straniera (l’India). Vedo un rifugiato e un anziano, con le imperfezioni quotidiane di qualsiasi essere umano.

Da tibetano, conosco bene il senso dell’umorismo della mia comunità e quanto diverse possano suonare in inglese le nostre battute di spirito e il modo in cui scherziamo tra noi. Per questo ho capito subito che cosa intendesse dire il Dalai Lama nella sua intervista del 2015. L’ho visto cimentarsi nel tentativo di essere spiritoso in quella che non è la sua lingua madre: puntando il dito verso il suo volto ha cercato di far vedere qualto lui fosse brutto e di quanto, rispetto a lui, un successore donna avrebbe potuto e dovuto essere attraente.

All’inizio di questa settimana, la giornalista della BBC Rajini Vaidyanathan è ritornata su quella battuta ed è chiaro che il Dalai Lama ha cercato immediatamente di rievocare lo spirito e l’autoironia che avrebbe voluto trasmettere di quattro anni fa. Da tibetano e da persona che conosce la violenza della misoginia e degli stereotipi di genere, voglio allora condividere con voi che cosa mi è passato per la testa mentre lo guardavo tentare riproporre o rievocare quel primo scambio di battute.

E’ vero, non è appropriato considerare l’aspetto di una donna, o di qualsiasi persona, come il barometro delle sue capacità, ma l’accenno al make-up dimostra quanto il Dalai Lama non sia del consapevole dei minimi dettagli che costituiscono la generale pressione sociale subita dalle donne. Ho anche capito che, mentre la giornalista lo incalzava perché riconsiderare le sue parole, il Dalai Lama ha inteso che lei invece volesse rifare lo stesso scambio di battute del 2015. Da qui, l’equivoco e il reciproco fraintendimento.

Non bisogna allora dimenticare che non solo il Dalai Lama non è di madrelingua inglese, ma che è anche un rifugiato. Fin dalla sua infanzia, ha imparato che il benessere del suo popolo dipende dalla gentilezza degli altri. Da sempre il suo atteggiamento di genuina sincerità e compassione incarna anche – a mio parere – quel tratto comune a tutti i rifugiati: cercare di compiacere il proprio ospite, mettere gli altri a proprio agio perché l’accoglienza di cui è oggetto può essere revocata in qualsiasi momento. Ogni rifugiato lo sa bene e il Dalai Lama in questo non è diverso.

Ogni genitori tibetano insegna ai propri figli a coltivare un cuore compassionevole, a non essere gelosi o a parlare male degli altri, a comportarsi sempre seguendo etica e moralità ed è anche grazie a tutto questo che la bontà interiore si manifesterà esteriormente nella “bellezza”. Ma con uno scopo ben preciso: cercare di essere il più possibile possibile puliti e decorosi nell’abbigliamento, di buon umore e gentili, semplici e mai arroganti nel modo di porgersi ha come unico scopo quello di far sentire gli altri a proprio agio e felici di stare con voi.

Quando la giornalista ha sollecitato il Dalai Lama chiedendo: “Quello che c’è dentro non è più importante di quello che si vede fuori?” e lui ha risposto “lo sono entrambi”, non stava quindi prendendo una posizione morale sull’apparenza estetica, ma – passando a un livello filosofico superiore – a come la responsabilità di farsi valere e benvolere sia sempre dell’individuo o del gruppo oppresso. E’ un tibetano, dopotutto.

Se solo ciò che c’è interiormente è veramente importante, allora il Tibet avrebbe una vera autonomia invece di una rete di controlli di sicurezza imposta su diverse centinaia di migliaia di chilometri quadrati; ai rifugiati tibetani in Nepal non sarebbero stati negati i documenti di identità negli ultimi due decenni e il tibetano non rischierebbe di diventare una lingua in via di estinzione nella propria terra. Purtroppo, il mondo materiale, il mondo esteriore, quel che si vede da fuori conta.

A proposito dei rifugiati

Se il Dalai Lama potesse tornare in Tibet in tutta sicurezza, sarebbe davvero un evento che epocale. I tibetani della diaspora si definiscono “in esilio” perché la stragrande maggioranza non riesce a farsi rilasciare un visto di ingresso; non possiamo entrare nel nostro Paese e molti dei nostri fratelli e sorelle in Tibet non possono andarsene.

Così, quando il Dalai Lama dice che i rifugiati dovrebbero ricevere formazione e istruzione e “tornare a casa propria”, le sue parole riflettono il suo sogno più struggente, quello in cui i tibetani finalmente hanno la possibilità di tornare a casa propria, ricongiungersi con i parenti e gli amici e contribuire a migliorare le condizioni di vita delle comunità da cui hanno vissuto dolorosamente lontani per decenni. E quando al minuto 4:32 dell’intervista il Dalai Lama dice di non aspettare ansiosamente di tornare in Tibet lo fa per educazione, per non offendere la sua ospite e con lei il popolo indiano, mentre affermando che andrà dove è più utile evita di mettersi in mezzo nelle manovre politiche tra India e Cina.

Quando ho sentito per la prima volta le affermazioni del Dalai Lama sull’Europa – che accoglie i rifugiati ma che non tutti vi possono rimanere perché l’Europa non può diventare musulmana o africana – ero molto addolorato: era abbastanza inevitabile che venisse interpretato come “il verbo” razzista dei nazionalisti di estrema destra che, di questi tempi, sentono a malapena il bisogno di nascondere il loro senso di supremazia bianca.

Vi chiedo allora di considerare le intenzioni e le azioni del Dalai Lama. Più volte ha ripetuto che i rifugiati dovrebbero essere accolti e che l’Islam è una religione pacifica; le migliaia di persone che assistono ai suoi insegnamenti e alle sue conferenze pubbliche sono di ogni nazionalità e credo, e per parte sua il Dalai Lama non manifesta mai alcuna contrarietà quando un Paese gli nega il visto di ingresso, né biasima o condanna le molte nazioni – un tempo sotto il regime coloniale – che hanno evitato e continuano ad evitare di battersi per il Tibet alle Nazioni Unite e in altre sedi internazionali.

Il Dalai Lama riconosce il pragmatismo dei leader quelle nazioni che non vogliono rischiare di avere problemi con la Cina. Sulla scena mondiale il Tibet è il perdente tra i perdenti, non ha nulla di materiale da offrire a quei paesi che hanno riconquistato la propria indipendenza. Ma non se ne fa un cruccio, perché ha una visione vasta e compassionevole del mondo e delle sue numerose priorità e possibilità. Ovunque gli è consentito parlare, dice poche e semplici parole per il Tibet e la pace e mai nulla di negativo se qualcuno non si schiera dalla parte dei tibetani.
La patria è per lui un valore sacro ed è questo sentimento che guida gran parte delle sue parole, tanto da farlo apparire contrario ai fenomeni migratori.

Il pragmatismo è un tratto comune dei tibetani e lo stesso vale per il Dalai Lama, anche se i non tibetani di lui vedono solo la compassione, la spiritualità, l’ottimismo e l’etica. Il Dalai Lama sa, sulla sua pelle, che i rifugiati non lasciano le loro case con leggerezza, ma lo fanno solo come estrema ratio, se spinti da terribili circostanze. Allo stesso tempo, sa anche che il sostegno dei paesi vicini non è mai garantito: migliaia di tibetani sono morti nei campi profughi e sull’Himalaya quando sono fuggiti per la prima volta dal Tibet. Il Dalai Lama comprende la disperazione ed è questo a spingerlo a suggerire dei compromessi per garantire qualcosa, qualsiasi cosa a una persona bisognosa.

(…) Vorrei concludere con una sua citazione che mi ricorda quello che i miei genitori mi hanno ripetuto uninfinità di volte.
“… un atteggiamento veramente compassionevole verso gli altri non cambia, anche se gli altri si comportano male con noi. La vera compassione non si basa sulle nostre proiezioni e sulle aspettative, piuttosto sui bisogni dell’altro: indipendentemente dal fatto che sia un amico intimo o un nemico, se questa persona desidera la pace e la felicità e superare la sofferenza, allora è su questa base che sviluppiamo una reale preoccupazione per il suo problema. Questa è la vera compassione e il nostro obiettivo dovrebbe essere coltivare questo genuino desiderio per il benessere degli altri, per la felicità di ogni essere vivente in tutto l’universo”.

Tradotto da An opportunity to reflect: The Dalai Lama and the world di Tenzin Mingyur Paldron

Tenzin Mingyur Paldron è nato in India, da esuli tibetani. Nel 1989 si è trasferito negli Stati Uniti. E’ dottorando presso il Dipartimento di Retorica alla UC Berkeley; il suo lavoro si concentra in modo particolare sulle donne, il genere e la sessualità. È autore di Nïngtam, un’iniziativa che incoraggia il dialogo rispettoso e l’apprendimento sul tema dell’espressione di genere e della sessualità come rilevanti per i tibetani. Nel 2011 Tenzin ha fatto parte del primo gruppo di laureati tibetani a ricevere la borsa di studio del Dalai Lama Scholarship Trust. Tenzin Mingyur Paldron è una persona transgender.