Questo editoriale è stato scritto da Sua Santità il XIV Dalai Lama e pubblicato dal Washington Post, il 13 giugno 2016.

Sono passati quasi sei decenni da quando ho lasciato la mia patria, il Tibet, e sono diventato un rifugiato. Grazie alla gentilezza del governo e del popolo indiano, noi tibetani abbiamo trovato una seconda casa dove poter vivere con dignità e libertà, mantenendo viva la nostra lingua, la nostra cultura e le nostre tradizioni buddhiste.

La mia generazione è stata testimone di tanta violenza: alcuni storici stimano che più di duecento milioni di persone sono state uccise durante i conflitti del XX secolo.

Oggi ancora non si intravede la fine della terribile violenza in Medio Oriente, che nel caso della Siria ha portato alla più grande crisi di profughi una intera generazione. Gli spaventosi attacchi terroristici – come ci è stato tristemente ricordato questo fine settimana – hanno creato una profonda paura. Sarebbe facile provare un senso di disperazione e disillusione, mentre mai come ora è necessario, in questi primi anni del XXI secolo, essere realistici e ottimisti.

Ci sono molte ragioni per essere fiduciosi. Il riconoscimento dei diritti umani universali, compreso il diritto all’autodeterminazione, si è esteso oltre ogni immaginazione rispetto a un secolo fa. Cresce il consenso internazionale a sostegno della parità di genere e del rispetto per le donne. Soprattutto tra le giovani generazioni, c’è un diffuso rifiuto della guerra come mezzo per risolvere i problemi. In tutto il mondo, molti stanno facendo un lavoro prezioso per prevenire il terrorismo, riconoscendo quanto le incomprensioni e la logica del “noi” e “loro” siano pericolose. Ridurre significativamente l’arsenale mondiale di armi nucleari, fissare un’agenda per ulteriori smantellamenti e, in ultima analisi, l’eliminazione delle armi nucleari – un pensiero che il presidente Obama ha recentemente ribadito a Hiroshima, in Giappone – non sembrano più un semplice sogno.

La nozione di vittoria assoluta per una parte e di sconfitta dell’altra è del tutto superata; ci sono situazioni in cui, a seguito di conflitti, la sofferenza della gente dipende da una condizione che non può essere più definita né di guerra né di pace. La violenza comporta inevitabilmente ulteriori violenze e la storia ha dimostrato che la resistenza nonviolenta permette l’instaurazione di democrazie più durature e pacifiche a differenza delle lotte violente con le quali si è tentato di destituire i regimi autoritari.

Pregare perché tutto ciò avvenga però non basta. Molti dei problemi che ci troviamo ad affrontare hanno una soluzione, ma è necessario creare nuovi meccanismi di dialogo e sistemi educativi che trasmettano valori etici fondati sull’evidenza di appartenere tutti a un’unica famiglia umana e che solo insieme possiamo affrontare le sfide globali.

E’ incoraggiante sapere che molte persone comuni, in tutto il mondo, dimostrino una grande compassione per la difficile situazione dei rifugiati, sia chi li ha salvati in mare, sia chi li ha accolti, offrendo amicizia e sostegno. Io per primo sono un rifugiato e quindi provo una forte empatia per la loro situazione. Se si comprende la loro angoscia, bisognerebbe fare tutto il possibile per aiutarli. D’altra parte, posso anche capire le paure delle persone dei paesi ospitanti, che possono avere la sensazione di venire sopraffatti. La combinazione di questi due fattori deve far porre l’attenzione sulla vitale importanza di un’azione collettiva perché si riporti una pace autentica nelle terre da cui questi rifugiati stanno fuggendo.

I rifugiati tibetani hanno un’esperienza diretta di vita in questa situazione e, sebbene non siamo ancora riusciti a tornare nella nostra patria, siamo grati per l’aiuto umanitario che abbiamo ricevuto nel corso dei decenni da tanti amici, compreso il popolo degli Stati Uniti.

Un’ulteriore fonte di speranza è l’autentica cooperazione tra le nazioni del mondo verso un obiettivo comune, evidente nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Quando il riscaldamento globale minaccia la salute di questo pianeta, che è la nostra unica casa, è solo considerando l’interesse globale superiore che gli interessi locali e nazionali saranno soddisfatti.

Ho un legame personale con questo problema perché il Tibet è l’altopiano più alto del mondo ed è l’epicentro del cambiamento climatico globale dal momento che si riscalda quasi tre volte più velocemente del resto del globo. Il Tibet è anche la più grande riserva di acqua, al di là dei due poli, e la fonte del sistema fluviale più esteso della Terra, fondamentale per le 10 nazioni più densamente popolate del mondo.

Per trovare soluzioni alla crisi ambientale e ai conflitti del XXI secolo, dobbiamo cercare nuove risposte. Anche se sono un monaco buddhista, credo che queste soluzioni vadano oltre la religione, attraverso la promozione di un concetto che chiamo etica laica. Si tratta di un approccio basato sulle scoperte scientifiche, sulle esperienze condivise e sul buon senso. In altre parole, un approccio universale alla promozione dei valori umani che tutti condividiamo.

Per più di tre decenni, le mie discussioni con gli scienziati, gli educatori e gli assistenti sociali di tutto il mondo hanno fatto emergere preoccupazioni comuni. Come risultato, abbiamo sviluppato un sistema che incorpora un’educazione del cuore, basata però a sullo studio del funzionamento della mente e delle emozioni attraverso la scienza e la ricerca scientifica piuttosto che la pratica religiosa. Poiché abbiamo bisogno di principi etici – compassione, rispetto per gli altri, gentilezza, assunzione di responsabilità – in ogni campo dell’attività umana, stiamo lavorando per aiutare le scuole e le università a creare opportunità affinché i giovani possano sviluppare una maggiore consapevolezza di sé, imparare a gestire le emozioni distruttive e coltivare le abilità sociali. Tale formazione è stata inserita nel curriculum di molte scuole in Nord America e in Europa e sono coinvolto nel lavoro alla Emory University su un nuovo curriculum sull’etica laica che sarà introdotto in diverse scuole, in India e negli Stati Uniti.

E’ nostra responsabilità collettiva garantire che il XXI secolo non ripeta le stesse sofferenze e gli spargimenti di sangue del passato. Poiché la natura umana è fondamentalmente compassionevole, credo che sia possibile che tra qualche decennio potremo vivere in un’era di pace. Ma dobbiamo lavorare insieme come cittadini globali di un pianeta condiviso.

Tradotto da The Dalai Lama: Why I’m hopeful about the world’s future