Un granello di sabbia


Finché seguiamo un sentiero spirituale che promette salvezza, miracoli e liberazione saremo legati dalla “catena d’oro della spiritualità”. Uno splendido ornamento, con i suoi intarsi e le sue intricate decorazioni, ma pur sempre una catena. La gente pensa di poterla indossare senza rimanerne imprigionata, ma si sbaglia di grosso.

Fino a quando l’approccio alla spiritualità non farà altro che alimentare l’ego, allora è solo materialismo spirituale, un processo suicida piuttosto che creativo. Ogni promessa che abbiamo ascoltato è pura seduzione. Ci aspettiamo che gli insegnamenti risolvano tutti i nostri problemi; ci aspettiamo di essere dotati di mezzi magici per affrontare le nostre depressioni, la nostra aggressività, le nostre ossessioni sessuali. Ma – con nostra grande sorpresa – a un certo punto cominciamo a renderci conto che nulla di tutto questo accadrà.

È una grande delusione prendere atto del fatto che dobbiamo lavorare su noi stessi e sulla nostra sofferenza piuttosto che dipendere da un salvatore o dal potere magico delle tecniche yoga. È avvilente rendersi conto che dobbiamo rinunciare alle nostre aspettative anziché costruircene di nuove sulla base dei nostri preconcetti. Dobbiamo concederci il lusso di essere delusi, il che significa la resa totale dell’ego, la rinuncia al nostro successo.

Vorremmo vederci raggiungere l’illuminazione, guardare i nostri discepoli che ci celebrano, ci adorano, ci gettano fiori; terremoti ed eventi miracolosi che si verificano, dèi e angeli che cantano e via discorrendo. Questo non accadrà mai.

Il raggiungimento dell’illuminazione, dal punto di vista dell’ego, è la morte definitiva, la morte del sé, la morte di “me” e di “mio”, la morte dell’osservatore. È la disillusione ultima.

Percorrere il sentiero spirituale è doloroso. È uno smascheramento continuo, è l’eliminazione – strato dopo strato – di tutte le nostre maschere. Un affronto dopo l’altro a noi stessi. Una tale sequela di delusioni che ci porta a rinunciare all’ambizione. Cadiamo giù, sempre più in basso, fino a toccare il fondo, fino a che non arriviamo a relazionarci con la sanità mentale di base della terra. Diventiamo piccoli, sempre più piccoli, un granello di sabbia, perfetto nella sua semplicità e completamente privo di aspettative.

Quando siamo per terra, non c’è più spazio per i sogni o per le frivolezze e così la nostra pratica diventa finalmente praticabile. Cominciamo a imparare a preparare una tazza di tè, a camminare dritti, senza inciampare. Tutto il nostro approccio alla vita diventa più semplice e diretto e qualsiasi insegnamento ascoltiamo o leggiamo diventa praticabile.

Ogni parola suona come una conferma, un incoraggiamento a lavorare come un granello di sabbia, così come siamo, senza aspettative, senza sogni. Abbiamo sentito tante promesse, abbiamo ascoltato tante descrizioni suggestive di luoghi esotici di ogni tipo, abbiamo fatto mille voli pindarici ma, con il punto di vista di un granello di sabbia, non ce ne potrebbe fregare di meno.

Siamo solo un granello di polvere nell’universo.

Allo stesso tempo, però, la nostra condizione diventa molto spaziosa, aperta, bella e funzionale. È allettante, stimolante: se sei un granello di sabbia, il resto dell’universo, tutto lo spazio, qualsiasi luogo sono tuoi, perché non blocchi nulla, non hai nulla, non occupi nulla. C’è un’enorme senso di apertura.

Diventi l’imperatore dell’universo perché sei un granello di sabbia. Il mondo è molto semplice e allo stesso tempo molto dignitoso e aperto, perché la tua ispirazione è basata sul disincanto, cioè sull’assenza di ambizioni dell’ego.

Chogyam Trungpa Rinpoche. Tradotto da The Myth of Freedom and the Way of Meditation. Il libro è già stato tradotto in italiano e pubblicato dalla casa editrice Astrolabio Ubaldini.

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