L’economia dell’avidità


Che cos’è l’economia? È necessario capire, definire che cos’è l’economia e che cos’è il valore economico.
Non solo gli esseri umani, ma anche tutti gli esseri senzienti dotati di un corpo biologico hanno una coscienza. Abbiamo bisogni primari – per sostenere il corpo e sviluppare la mente – ma la natura non li soddisfa spontaneamente. La natura richiede che ci sforziamo, che lavoriamo duro, ma se usiamo il nostro corpo per rispondere alle nostre necessità non c’è alcun bisogno dell’industria, non c’è bisogno di enormi macchinari.

Il corpo e la mente possono essere facilmente sostenuti. Siamo in grado di soddisfare tutte le nostre esigenze, anche oltre a quanto sia strettamente necessario. I bisogni di tutti possono essere soddisfatti. Ma per questo sono indispensabili due condizioni preliminari.

In primo luogo, è necessario capire la differenza tra bisogno e avidità. Che cos’è il bisogno e che cos’è l’avidità? Bisogna riflettere e comprendere le differenze.
In secondo luogo, è necessario procedere con determinazione e con forza per produrre ciò di cui abbiamo effettivamente bisogno ed esserne appagati, senza diventare schiavi dell’avidità.

Il vero significato del benessere economico, quindi, è ottenere ciò che serve al proprio sostentamento fisico e alla propria soddisfazione e tranquillità interiori. Questo è il valore dei nostri bisogni primari: possono essere facilmente soddisfatti grazie alla natura e al lavoro e da ciò possiamo trarre soddisfazione.
Poi, naturalmente, siamo animali sociali, abbiamo bisogno di vivere all’interno di una comunità perché quando non si è produttivi – da bambini e da anziani – si dipende gli uni dagli da altri. Una piccola comunità, con persone che si sostengono a vicenda, è una buona cosa, rappresenta il grado di ricchezza realmente necessario ed è il metro di misura del valore della ricchezza.

Ora, il cosiddetto libero scambio e la globalizzazione dei beni materiali non crea benessere per l’umanità. C’è una statistica, allarmante e orribile, che indica che l’80% delle risorse mondiali sono utilizzate o sfruttate da meno del 20% della comunità mondiale, e che l’80% dell’umanità è lasciato sopravvivere con il restante 20% delle risorse. Questo è uno dei risultati della via capitalistica al cosiddetto sviluppo economico. La disparità è evidente e non possiamo certo attribuirla alla mancanza di iniziativa o al rifiuto di lavorare dei singoli o delle comunità. Molti attribuiscono questa disparità alla mancanza di spirito imprenditoriale e di coraggio. Chi sostiene questa tesi è convinto che solo il 20 per cento delle persone abbia sufficienti capacità e intraprendenza da utilizzare l’80 per cento delle risorse e che il restante 80 per cento della popolazione sia costituito da idioti, incapaci di utilizzarle, perché non c’è nient’altro che impedisca loro di sfruttarle. E’ la spiegazione di molti economisti moderni, ma mi pare abbastanza inverosimile.

L’economia moderna si basa sulla concorrenza e “concorrenza” significa considerare i vostri interessi prevalenti e più importanti degli interessi di chiunque altro. Non si compete per perdere. Si compete sempre e solo per il proprio tornaconto e si deve forzare la mano. Pertanto, quel mondo economico definito dai capitalisti come “libera e leale concorrenza” è di fatto una contraddizione in termini. Finché c’è concorrenza non ci può essere né libertà né lealtà perché una parte vince e l’altra necessariamente perde, e il perdente non sentirà mai di aver ricevuto un trattamento equo o leale. Per questo la globalizzazione è molto pericolosa per la crescita interiore dell’uomo, per lo sviluppo dell’intelligenza umana e per la preservazione delle diversità culturali. Le culture vengono completamente distrutte dal processo di globalizzazione.

L’omologazione degli stili di vita non significa fornire servizi a tutti gli individui, piuttosto è una specie di legge della giungla, la cosiddetta sopravvivenza del più forte. Questa è l’esatta pratica dell’attuale sistema economico. Con l’introduzione dell’ingegneria genetica nel campo dell’agricoltura, ad esempio, il potenziale per l’autosufficienza alimentare è andato completamente distrutto. Tutto si basa sul principio della centralizzazione: concentrando il potere e il controllo nelle mani di un numero sempre più piccolo di persone, la grande maggioranza degli agricoltori dovrà dipendere dalle sementi prodotte da poche multinazionali. Saranno costretti a dipendere da loro non solo per le sementi, ma anche per i fertilizzanti, i pesticidi e persino per il loro stesso mercato. Tutti sono resi sempre più dipendenti da un gruppo ristretto di persone; questo è esattamente ciò che sta accadendo oggi. Quindi, per sfuggire a questo processo penso che dovremmo trovare un modo per tornare a essere autosufficienti, ad auto-regolamentarci e non a seconda del mercato, ma della nostra capacità di sostentamento.

A mio avviso, la rivoluzione industriale ha spalancato le porte del male su tutta la nostra società. Prima della rivoluzione industriale, l’umanità non era mai stata priva dell’essenziale; tutti vivevano rispondendo ai propri bisogni, grazie alla natura e al proprio lavoro. L’industrializzazione della produzione ha semplicemente comportato la produzione di molto di più di quello di cui le persone avevano effettivamente bisogno. Di quante camicie abbiamo bisogno in un anno? Ma l’industria produce abiti e camicie a migliaia e non sarebbe in grado di commercializzale se dovesse basarsi esclusivamente sulla mera necessità, sui bisogni reali. Di conseguenza, sono stati messi a punto mezzi e tecniche per vendere oggetti che non sono necessari al solo scopo di produrre profitti, profitti enormi, scoprendo che l’avidità umana può essere facilmente coltivata e sfruttata. Anche agli albori della rivoluzione industriale c’era molta pubblicità e si faceva il lavaggio del cervello alla gente. Oggi, con l’aiuto di mezzi di comunicazione sempre più sofisticati e pervasivi, è possibile fare il lavaggio del cervello alla gente molto più facilmente, e l’industria ha amplificato e aumentato l’avidità della gente con tutte le tecniche possibili pur di trovare un mercato per beni non necessari. Il risultato è che oggi la mente umana è completamente condizionata a credere di avere bisogno di tutti i prodotti del mondo e di non poter sopravvivere senza possederli e consumarli.

Una persona acquista una sola automobile, ma è sempre stata indottrinata a pensare: “no, no, no, quando la usi tu e tua moglie ha bisogno di andare da qualche parte, una sola macchina non può essere sufficiente”. Oppure “tu e tua moglie dovreste essere in grado di spostarvi liberamente e non dovreste essere dipendenti l’uno dall’altro, quindi avete bisogno di due auto”. Così ora avete due macchine e quando una è rotta ne avete un’altra; poi vostro figlio cresce e ve ne serve una terza, e così via.
Una volta sono stato ospite di una persona che aveva più di 20 paia di scarpe. Mi ha spiegato che alcune erano per l’ufficio, altre per la pallacanestro, queste per il cricket, quelle per la sera, e queste per questo e queste altre per quell’altro. Quindi un paio di scarpe non è assolutamente sufficiente per una persona; ne servono più di 20! Questo è un totale sfruttamento psicologico dell’umanità. Fa leva sull’avidità e sull’attaccamento.

Se non affrontiamo direttamente questo problema, questo problema umano, non ci potrà mai essere pace e non ci potrà mai essere una vita armoniosa tra le società del mondo. Il sistema attuale creerà sempre delle divisioni perché senza divisioni non può sfruttare l’avidità in modi sempre più subdoli. Divisione e inimicizia sono ottimi strumenti per aumentare il fatturato. E non sto parlando solo di beni di prima necessità o di consumo.

L’industria delle armi cresce di giorno in giorno perché è redditizia. L’industria delle armi ha bisogno di un mercato e questo mercato può essere creato soltanto se viviamo in un costante stato di guerra o di paura. L’industria delle armi ha il terrore di due nazioni che diventano amichevoli l’una con l’altra: perderebbe un mercato enorme. Se l’India e il Pakistan, ad esempio, dovessero vivere in pace tra loro, molte industrie belliche perderebbero un fatturato enorme. Così vengono in India e dicono: “Il Pakistan ha delle armi che abbiamo venduto loro e che voi non avete. Se lo desiderate, possiamo fornirvi un tipo di arma superiore che vi metterà in grado di competere con il Pakistan”. E poi tornano in Pakistan e dicono: “Sapete, abbiamo fornito armi superiori all’India; ora non potete più stare tranquilli perché non avete armi simili”. In questo modo le tensioni e i conflitti aumentano sempre più e questo è davvero orribile. Il terrorismo è uno dei problemi contemporanei, ma il terrorismo è un ottimo cliente per l’industria delle armi e viene promosso e incoraggiato per questa ragione. Così, a meno che e finché non impariamo a vivere secondo i nostri bisogni e non secondo la nostra avidità, senza competizione e inimicizie, non ci sarà fine alla crisi che stiamo attraversando. Questo è certo.

Samdhong Rinpoche – Tradotto da Uncompromising Truth for a Compromised World

Samdhong Rinpoche

Il venerabile professor Lobsang Tenzin Samdhong Rinpoche è nato nel 1939, nella provincia tibetana del Kham. All’età di cinque anni è stato riconosciuto come la reincarnazione del IV Samdhong Rinpoche. Ha iniziato gli studi monastici all’età di 12 anni presso l’Università di Drepung in Tibet e nel 1970 ha conseguito il dottorato in scienze buddhiste presso il monastero di Gyütö, (India). Fuggito in India nel 1959 a causa della repressione del governo cinese in Tibet fu incaricato da Sua Santità il Dalai Lama di servire come insegnante per i monaci in esilio, conseguendo nel frattempo il titolo di Ghesce Lharampa nel 1968 e di Ngagrimpa nel 1969. Nel 1988 è stato nominato direttore dell’Istituto Centrale di Studi Superiori Tibetani di Varanasi, dove è rimasto fino al 2001. Il 29 luglio 2001 Rinpoche è stato nominato Kalön Tripa, o Primo Ministro del governo tibetano in esilio, il primo leader politico eletto direttamente dal popolo in esilio. E’ rimasto in carica fino al 2011.
Samdhong Rinpoche è un eminente e illustre studioso, insegnante e filosofo, e un sostenitore dei principi gandhiani della non violenza.

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