A proposito del guru


Il Buddhadharma esiste da più di venticinque secoli. E’ stato praticato al tempo di Gesù, delle crociate, di tutte le dinastie cinesi, della seconda guerra mondiale, dell’alba di Internet e di innumerevoli altri eventi storici.
E’ fiorito in epoche in cui i “ricercatori spirituali” erano la maggioranza, quando i sannyasin (gli asceti erranti, n.d.t.) erano venerati e quando fare l’elemosina agli yogi perché potessero vagare liberamente dava lo stesso prestigio che oggi dà mandare i figli ad Harvard. E’ fiorito quando re e regine usarono la religione come mezzo per glorificare e rafforzare il proprio potere e ai tempi della marijuana e dell’amore libero. E fiorisce ancora oggi, nell’era del materialismo estremo.

Lo scopo fondamentale di tutti gli insegnamenti del Buddha è aiutare gli esseri a comprendere la verità. Poiché ci sono infiniti tipi di esseri, con infiniti modi di fraintendere la verità, i buddha hanno insegnato in infiniti modi.

Ogni metodo è diverso, a volte leggermente, a volte radicalmente. Nel corso dei secoli, i metodi unici del Buddha sono stati liberamente raggruppati ed etichettati da studiosi e storici che hanno trovato conveniente suddividere gli insegnamenti in categorie in base alla lingua, al contenuto o alla provenienza geografica.

Come risultato, ora abbiamo diverse scuole di buddhismo, o yana. Il Buddha aveva messo in guardia circa la categorizzazione: quando ci sono le categorie, le preferenze cominciano a prendere piede e, inevitabilmente, una categoria viene considerata inferiore alle altre e le persone diventano settarie ed elitarie. Tuttavia, in questo libro, per necessità e per evitare confusione, dobbiamo usare alcune di queste categorizzazioni.

In primo luogo, discuteremo quelli che molte persone considerano i tre yana del buddismo: Shravakayana (come i Theravada), Mahayana (come gli Zen) e Vajrayana (come Shingon e il Buddhismo Tantrico Tibetano).

Non tutti i buddhisti Mahayana in Cina e Giappone e i buddhisti Shravakayana in Thailandia e Birmania concordano sull’importanza data alla devozione al guru dei buddhisti Vajrayana. Del resto, non approvano molti dei metodi Vajrayana e, a sostegno della loro tesi, citano le parole del Buddha stesso: “Io non posso eliminare la tua sofferenza; solo tu puoi farlo” e “Io non posso trasmetterti la mia illuminazione”. Il Buddha disse anche: “Tu sei padrone di te stesso; nessun altro può esserlo”.

I pellegrini in visita a Bodhgaya, il luogo dell’illuminazione del Buddha, troveranno questi famosi detti iscritti sul tempio di Mahabodhi. Forti di queste citazioni scritturali, i buddhisti Shravakayana e Mahayana strigliano i Buddhisti Tantrici per questa faccenda del guru che sembra promettere che un maestro esterno possa eliminare la sofferenza e persino dare l’illuminazione. Per loro, la devozione al guru va contro la parola del Buddha.

Dal punto di vista del Vajrayana, invece, il rapporto guru-studente è molto in linea con le parole del Buddha. C’è un motivo per cui la devozione al guru è la quintessenza del Vajrayana e non contraddice affatto il Buddha perché, alla fine, lo studente tantrico comprende che il guru non è un essere esterno.

Spesso ci riferiamo al Tantra, o Vajrayana, come “sentiero del risultato”, o veicolo del risultato, e al Mahayana e al Shravakayana come “veicoli causali”. Che cosa intendiamo con questi termini?

Supponiamo che qualcuno vi dia un cestino con delle uova, qualche fungo, un po’ di formaggio e una cipolla e vi dica: “Ecco gli ingredienti per un’omelette”. La parola “ingredienti” implica che questi elementi causeranno un’omelette; il potenziale è lì nel cestino. Uno chef esperto, però, non sprecherebbe mai il suo fiato per spiegare il contenuto del cestino perché lo vede già come un’omelette. Ha l’esperienza e le capacità mentali per dire semplicemente: “Ecco l’omelette”. La differenza tra dire “Questa diventerà un’omelette” e “Questa è un’omelette” è che nel primo caso manca una certa fiducia. Manca una prospettiva più ampia.

Questi distinguo possono sembrare insignificanti, ma sono invece molto importanti: le parole e il linguaggio riflettono e modellano il proprio atteggiamento e le proprie convinzioni. Per esempio, descrivere qualcuno scegliendo una frase come “può diventare una brava persona” scatenerà una reazione diversa da quella che si avrebbe se si dicesse “è una brava persona”. Questo vale sempre, per tutto ciò che viene detto o scritto: ogni parola è intesa e interpretata in modo diverso da persone diverse.

Quindi, naturalmente, parole come “amore”, “compassione”, “addestramento mentale”, “devozione”, “preghiera”, “virtù”, “morale”, “benedizione”, e soprattutto il tema di questo libro – “il guru” – hanno significati e connotazioni diversi nel Shravakayana, nel Mahayana e nel Vajrayana e di conseguenza danno origine a diversi atteggiamenti.

I veicoli causali, Shravakayana e Mahayana, ci dicono che abbiamo il potenziale per diventare un Buddha; abbiamo tutti gli ingredienti.
Ma nei più alti insegnamenti del sentiero del risultato, il pinnacolo del Tantra, ci viene detto che non c’è nulla che deve essere alterato o preparato, che qualunque cosa o chiunque tu sia è Buddha; infatti, ogni essere senziente è Buddha, e ogni luogo è una Terra di Buddha. Pertanto, i discepoli tantrici con le giuste facoltà vedranno il guru come Buddha e utilizzeranno questa comprensione come mezzo per scoprire se stessi come Buddha.

Questa percezione va in entrambe le direzioni: quando un guru tantrico dà un’iniziazione a uno studente, lo fa solo sulla base della fiducia nel fatto che lo studente è Buddha. A questo punto ci si potrebbe chiedere che cosa fanno gli studenti tantrici se sia il guru sia lo studente sono già dei Buddha. Perché praticano il Dharma? Perché c’è bisogno della devozione al guru?

La maggior parte delle persone in questo mondo non ha avuto la fortuna di essere informata del fatto di essere Buddha, nemmeno una sola volta. Secondo i testi, il fatto di aver ascoltato o letto questa verità, anche soltanto una volta, è il risultato di innumerevoli vite di buon karma. Ma ci credete davvero? E se ci credete, agite di conseguenza? Avete fiducia in quella comprensione, non solo intellettualmente, ma a livello viscerale?

Non ha senso leggere la frase “Tutti gli esseri sono Buddha”, poi chiudere il libro e rimetterlo su uno scaffale.
Seguire il sentiero significa comportarsi come un buddha, pensare come un buddha, vivere come un buddha, manifestarsi come un buddha, mandare SMS a qualcuno come un buddha, ascoltare un amico assillante come un buddha, aspettare in fila al supermercato come un buddha, mettersi lo smoking per una cena a Buckingham Palace come un buddha.

Coltivare la disciplina che permette di mantenere la consapevolezza che tutti gli esseri sono Buddha, compresi Donald Trump e Pol Pot, e che ogni luogo è una Terra di Buddha, compresi Patpong (il quartiere della vita notturna di Bangkok, n.d.t.) e Las Vegas, è quello che noi chiamiamo Vajrayana, il veicolo del risultato.

Nel sentiero del risultato, poiché tutti i fenomeni sono ugualmente puri e perfetti, non c’è differenza tra un discepolo e un guru: sono ugualmente Buddha.

Un nichilista accademico dell’Università di Oxford, un sacerdote eternalista del Vaticano e uno yogi dell’Himalaya sono ugualmente Buddha. Non c’è un grammo di differenza tra di loro. Un discepolo dotato delle facoltà e delle condizioni adeguate può anche trarre benedizioni da Richard Gombrich (è un indologo britannico, studioso di sanscrito, pāli, e buddhismofondatore dell’Oxford Centre for Buddhist Studies, n.d.t.) o Stephen Batchelor (è uno scrittore e insegnante buddhista britannico, ex monaco buddhista della scuola tibetana Gelug, n.d.t.). Ma le cause e le condizioni devono essere giuste perché l’effetto abbia luogo.

Se il signor Rossi incontra un anarchico come Noam Chomsky ma non sono presenti le giuste circostanze ci sono poche possibilità che il dottor Chomsky porti il signor Rossi all’illuminazione. Alla fin della fiera, è una scommessa più sicura per il signor Rossi cercare qualcuno con l’equipaggiamento completo del guru. È più probabile che uno yogi coi dreadlock seduto su una pelle di tigre lungo le rive del Narmada (fiume dell’India centrale, n.d.t.) o un monaco dall’aspetto sereno sotto un albero di baniano facciano un lavoro migliore di un cinico o di un linguista nell’accendere una scintilla di ispirazione nel signor Rossi. Ma è il karma del signor Rossi, che va oltre la semplice scelta, a determinare il suo sentiero.

Alcune persone sono più inclini a investire tempo ed energie nella ricerca di una scintilla di ispirazione spirituale, mentre altre sono più inclini a perseguire la soddisfazione intellettuale di leggere Noam Chomsky. Queste inclinazioni e connessioni dipendono da causa, condizione ed effetto, una forma specifica di karma che chiamiamo “tendrel” (origine dipendente, n.d.t.), di cui parleremo più avanti.

Nei veicoli causali – Mahayana e Shravakayana – non c’è menzione dell’inseparabilità del guru e del discepolo, mentre nel Vajrayana il punto è realizzare proprio lo stato di inseparabilità tra i due. Inseparabilità non significa viaggiare insieme, dormire insieme o fare la doccia insieme. È come quando un vaso si rompe: lo spazio all’interno del vaso e lo spazio esterno diventano inseparabili.

Non c’è nessun guru da inseguire in giro per il mondo, e non c’è nessuno di voi sprovvisto di un guru. Non c’è un guru da supplicare e non c’è neppure chi ha l’onere di dimostrare devozione al guru.

Se trovate queste idee ostiche, potrebbe essere perché siete attaccati al desiderio di avere un guru. Potreste pensare che se non sentite la mancanza del guru allora siete dei sacrileghi e quindi vi aggrappate a questo senso di separazione. Se è così, forse il veicolo causale è quello più adatto a voi.

Nel veicolo causale, il guru è un modello, un ideale, un maestro a cui rendere omaggio e rispetto, a cui fare offerte e da seguire. Come buddhista Mahayana, per quanta venerazione possiate provare verso il guru, non aspirerete mai a diventarlo anche voi in questa vita. Si può aspirare ad acquisire un diploma di maestri da mostrare agli altri, ma non c’è un’effettiva aspirazione a raggiungere lo stato illuminato del guru. Un buddhista Zen non direbbe mai che il suo sensei è il Buddha o è il Dharma. Per loro, il sensei è un insegnante rispettato, un precettore, una guida. Non c’è un metodo per uno studente Zen per aspirare a essere tutt’uno con il suo sensei; non è nel menu.

Nel Tantra, invece, un guru può essere un modello, un idolo, un precettore, anche un capo, ma deve essere molto di più. Il guru è il sentiero, il guru è il Dharma, il guru è il Buddha e il guru è la divinità. Infatti, in definitiva, nel Tantra, il guru è tutto, dalla punta del monte Fuji alla polvere sotto i vostri piedi: la brezza fresca, il suono delle cicale, una sinfonia, il sole, la luna, le stelle, il cosmo. Per la precisione, tutto ciò che può essere raggiunto, illuminato o scandagliato all’interno della sfera della mente è il guru. Chi illumina, la mente stessa è quindi il guru interiore.

Dzongsar Jamyang Khyentse. Tradotto da Guru Drinks Bourbon? Shambhala.

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1 comment

  1. Grazie Carolina

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