L’etica nella vita quotidiana


All’origine di tutti i nostri guai c’è il comportamento individuale. Se i singoli membri della collettività mancano di valori e integrità morale, nessun sistema legislativo potrà mai dimostrarsi adeguato. E fin tanto che gli esseri umani continueranno a dare priorità ai beni materiali, persisteranno l’ingiustizia, le diseguaglianze, l’intolleranza e l’avidità, tutte manifestazioni esteriori del nostro trascurare le qualità interiori.

Ciò di cui abbiamo attualmente bisogno è un approccio all’etica che non faccia riferimento alla religione e possa essere accettata sia da chi segue una fede sia da chi non ne ha alcuna; in breve, ci serve un’etica laica.

L’etica non è semplicemente una questione di conoscenza, ma anche – ed è ciò che più conta – di azione. È proprio per questo che persino le più raffinate teorie, se non trovano un concreto riscontro nella vita di tutti i giorni, si rivelano inutili.

Vivere seguendo un codice etico richiede non solo che adottiamo consapevolmente una prospettiva adeguata, ma anche che ci impegniamo a sviluppare e applicare le qualità interiori nel nostro quotidiano. Ora, riguardo ai metodi per la pratica dell’etica, può essere proficuo considerare la questione sotto tre diversi aspetti o livelli progressivi, ognuno dei quali è basato sul precedente.

La sequenza, delineata in alcuni testi buddisti classici, comprende: l’etica dell’astenersi dalla distruttività, evitando in modo deliberato di danneggiare gli altri, anche se solo potenzialmente; l’etica della virtù, che prevede di coltivare in maniera attiva e sviluppare con costanza un comportamento positivo e le qualità interiori; infine, l’etica dell’altruismo, che consiste nel dedicare la propria esistenza, autenticamente e disinteressatamente, al benessere del prossimo.

Perché queste tre fasi possano risultare efficaci, devono essere considerate in rapporto a ogni nostro comportamento: non soltanto alle azioni concrete, ma anche a ciò che diciamo e, in definitiva, ai nostri stessi pensieri e intenzioni.

Tra questi tre livelli (corpo, parola e mente), il più importante è proprio la mente, in quanto fonte di tutto ciò che facciamo e diciamo. Se concentrassimo l’attenzione soltanto sul nostro agire e sulle parole che pronunciamo, saremmo come un medico che, anziché curare le cause di una malattia, si preoccupa esclusivamente dei suoi sintomi. Se vogliamo che una cura sia efficace, dobbiamo prendere in considerazione anche le radici del problema; per questo motivo, gli ultimi tre capitoli sono incentrati sull’addestramento della mente. Ma, prima di passare ai metodi per educare il cuore attraverso l’esercizio mentale, vorrei dedicare qualche parola all’importanza della rinuncia alle abitudini distruttive del corpo e del linguaggio, ovvero al primo livello della pratica dell’etica.

L’etica dell’astenersi dalla distruttività

Per quanto concerne alcuni tipi di comportamenti indiscutibilmente negativi, esiste una sostanziale concordanza tra tutte le principali fedi religiose del mondo e le tradizioni umanistiche. L’omicidio, il furto e la condotta sessuale scorretta (per esempio, lo sfruttamento degli altri a fini sessuali) nuocciono per definizione al prossimo e dovrebbero quindi essere abbandonati.

Ma se vogliamo astenerci completamente dalla distruttività, dobbiamo andare ben oltre. Infatti, prima di vedere come possiamo in concreto aiutare gli altri, è opportuno assicurarci di non arrecare loro alcun danno, neppure con azioni che apparentemente sono scevre di ogni violenza. In proposito, sono impressionato e colmo d’ammirazione per i miei fratelli e sorelle della tradizione giainista.

Il giainismo, che per certi versi è una religione gemella del buddhismo, pone grande enfasi sulla virtù della nonviolenza (in sanscrito, ahimsa) praticata nei confronti di tutti gli esseri. Per esempio, i monaci giainisti assumono precauzioni estreme al fine di evitare di calpestare accidentalmente gli insetti, o di danneggiare altri esseri viventi nel corso delle loro attività quotidiane.

Mi rendo conto che emulare la condotta esemplare dei monaci e delle monache giainisti sia tutt’altro che semplice. Anche le persone che si preoccupano principalmente degli altri esseri umani, e non di tutti gli esseri senzienti, possono trovare molto difficile evitare di danneggiare il prossimo con i loro gesti, seppure in modo indiretto. Basti pensare all’inquinamento dei fiumi, spesso dovuto alle industrie minerarie o agli impianti che producono componenti d’importanza cruciale per le tecnologie di cui ci serviamo su base quotidiana. Chiunque utilizzi queste tecnologie è quindi almeno in parte responsabile dell’inquinamento, e di conseguenza influisce negativamente sulla vita degli altri.

Purtroppo, è possibile ledere altre forme di vita pur non avendone la minima intenzione. Pertanto, volendo essere realisti, penso che la cosa più importante che possiamo fare per ridurre al minimo i danni che arrechiamo nel nostro quotidiano sia comportarci con il massimo giudizio, lasciandoci ispirare dalla naturale coscienziosità che scaturisce da una più profonda consapevolezza, a sua volta frutto del discernimento.


I danni inflitti con strumenti nonviolenti

Mentre la sofferenza causata dalle azioni è di norma evidente, quella che si provoca con il linguaggio può essere meno manifesta, ma spesso è altrettanto dolorosa. Ciò vale in particolar modo per i nostri rapporti personali più intimi.

Gli esseri umani sono assai sensibili ed è facile ferirli con un uso sconsiderato delle parole. Possiamo fare del male a chi ci circonda anche con la disonestà, la calunnia e i pettegolezzi, che originano dispute e dissapori. Sono certo che tutti noi, in qualche momento della nostra vita, abbiamo sperimentato le conseguenze negative delle chiacchiere vacue e futili. Si tratta di qualcosa che mina la fiducia e l’affetto e, malauguratamente, può provocare ogni genere di fraintendimenti e inimicizie.

In questo campo, come in molti altri, occorre rispettare la «regola aurea» che ritroviamo in tutti i sistemi etici del mondo: «Tratta il prossimo tuo come vorresti essere trattato tu stesso», ovvero «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te».

Per evitare le azioni negative del corpo e del linguaggio, oltre alla succitata regola fondamentale, trovo molto utili i sei principi elencati in un testo di Nagarjuna, filosofo indiano del II secolo. Nell’offrire il proprio consiglio a un monarca indiano, Nagarjuna si esprimeva con queste parole:

Evita di eccedere nell’uso di sostanze intossicanti. Attieniti al principio dei retti mezzi di sussistenza. Assicurati di non essere violento né con il corpo, né con la parola, né con la mente. Tratta gli altri con rispetto. Onora le persone degne di stima, come i genitori, gli insegnanti e chi mostra gentilezza. Sii gentile con tutti.

Riferendosi più specificamente a quelli che definisce «retti mezzi di sussistenza», Nagarjuna aggiunge i seguenti esempi di condotta errata: cercare di frodare il prossimo, ingannare gli altri con parole suadenti al fine di ottenere ciò che si vuole, tessere le lodi di quello che possiedono nel tentativo di procurarselo, prendere con la forza quanto appartiene ad altri e, infine, esaltare le qualità di ciò che si è ottenuto in passato, con la speranza di riceverne ancora.

Nella maggior parte di questi casi, si tratta di variazioni sul tema della disonestà. La disonestà è distruttiva, perché mina alle fondamenta la fiducia del prossimo. Ecco perché nel relazionarsi agli altri la trasparenza è di estrema importanza. Molti degli scandali di cui sentiamo parlare, e in particolare la corruzione che regna sovrana in diverse forme e in moltissimi campi (governo, sistema giudiziario, finanza internazionale, politica, media e persino sport), sono strettamente correlati alla questione dei retti mezzi di sussistenza.


L’etica della virtù

Se attraverso la consapevolezza, l’attenzione e la cautela, riusciamo ad astenerci dal ferire gli altri con le azioni e le parole, potremo dedicarci più attivamente a fare del bene, e ciò sarà fonte di grande gioia e fiducia interiore. Potremo recare beneficio a chi ci sta intorno con il nostro agire, per esempio con un atteggiamento caloroso e generoso, con la carità e sostenendo i bisognosi. Perciò, quando qualcuno è colpito da una sventura, o commette un errore, anziché reagire ridicolizzandolo o colpevolizzandolo, dovremo attivarci per aiutarlo.

Fare del bene attraverso la parola comporta il saper lodare le qualità degli altri, ascoltare i loro problemi e offrire consigli e incoraggiamento. Perché le nostre azioni e parole siano di beneficio al prossimo, è utile coltivare la gioia solidale per i successi e la fortuna altrui. Questo atteggiamento costituisce un potente antidoto contro l’invidia, che non solo è fonte di inutile sofferenza a livello individuale, ma rappresenta anche un ostacolo alla nostra capacità di aprirci agli altri e impegnarci per il loro benessere.

Gli insegnanti tibetani sono soliti dire che questa gioia partecipe nei confronti di chi ci circonda costituisce il metodo meno faticoso per sviluppare le proprie virtù.


L’etica dell’altruismo

L’altruismo consiste nel rivolgere le nostre azioni e parole a beneficio degli altri con una dedizione genuina e disinteressata. Tutte le tradizioni religiose del mondo riconoscono che questa è la forma più elevata di pratica etica, e per molte rappresenta il percorso principale per ottenere la liberazione o l’unione con Dio.

Tuttavia, sebbene dedicarsi in modo assoluto e altruistico agli altri costituisca la più alta forma di pratica etica, ciò non significa che non sia alla portata di tutti. In realtà, molte persone che svolgono attività nell’ambito dei servizi sociali o dell’assistenza sanitaria, così come dell’istruzione, sono già attivamente impegnate a questo terzo livello etico. Si tratta infatti di professioni nobili, in quanto comportano un contributo diretto al benessere di molte persone.

Esistono però infiniti altri modi in cui tutti noi possiamo aiutare chi ci sta intorno; basta considerare una priorità il mettersi al servizio del prossimo. Nel dedicarci agli altri, il discernimento ha un ruolo importante, poiché ci consente di valutare le possibili conseguenze delle nostre azioni. Quindi, mantenendoci cauti, consapevoli e attenti nel quotidiano, acquisiamo un crescente controllo sui nostri gesti e sulle nostre parole.

È questo il fondamento stesso della libertà, ed è raggiungendo tale padronanza di sé e servendocene per assicurarci che i nostri comportamenti non arrechino alcun danno, a nessun livello, che possiamo davvero cominciare a operare concretamente per il beneficio del prossimo.

Sua Santità il XIV Dalai Lama. Tratto da La felicità al di là della religione: una nuova etica per il mondo. Traduzione di Sergio Orrao. SPERLING & KUPFER.

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