Non per la felicità


Molti praticanti contemporanei, me compreso, frequentano gli insegnamenti di dharma da un’eternità, eppure la nostra mente è ancora rigida come un pezzo di legno. Quando la vita sembra andare bene, ci sentiamo felici, ma quando i nostri piani vanno in tilt, ci sentiamo traditi e spesso scateniamo una tale tempesta di emozioni incontrollabili che dimostra che gli insegnamenti sono entrati in un orecchio e usciti dall’altro.

Così ci ritroviamo a chiederci: “È davvero possibile sradicare tutte le nostre cattive abitudini o anche solo aggiustarle un pochettino? È plausibile immaginare di poter raggiungere il punto in cui ogni cosa che faccio diventa una pratica di dharma?”

Siamo come piloti alle prime armi che guardano l’istruttore cambiare marcia, controllare lo specchietto retrovisore e azionare il freno in rapida successione, pensando: “Come potrò mai imparare a guidare?” Nel sutra Mahayana di Matisagara, al Buddha viene posta una domanda interessante. Se “verità” e “illuminazione” sono davvero idee inesprimibili, come possono esseri comuni e mentalmente afflitti come noi aspirare a diventare praticanti del sentiero verso l’illuminazione? Mostrando rispetto per coloro che insegnano questo sentiero inesprimibile, rispose il Buddha. Alzatevi in piedi, rendete loro omaggio e onorateli con parole educate e cortesi, date loro protezione, emulateli, offrite loro vestiti, cibo, coperte, medicine e altri beni materiali, o semplicemente ammirate le loro attività, rallegratevi delle loro virtù e ignorate i loro difetti. Questo è il modo di “sostenere la pratica dell’inesprimibile” e indica che il cuore della pratica del dharma non sta nella quantità di mantra che recitiamo o nel tempo che passiamo in meditazione, ma in semplici attività quotidiane.


Dzongsar Jamyang Khyentse Rinpoche

Prendiamo, per esempio, il modo in cui trattiamo le persone che non ci piacciono. Anche se pochi di noi hanno acerrimi nemici, dobbiamo comunque avere a che fare con persone che ci irritano. Per i principianti, già riuscire ad evitare lo scontro può essere considerata una pratica. Ma se mai vi dovesse capitare di ritrovarvi con la persona più esasperante del pianeta, leggetevi Atisha. Quando si recò in Tibet, Atisha portò con sé la persona più insopportabile che conosceva per assicurarsi di avere molte opportunità di praticare la pazienza. Potremmo non essere in grado di spingerci fino a questo punto, ma di fronte a una compagnia inevitabile ed esasperante, il minimo che possiamo fare è usare l’irritazione come oggetto della nostra pratica.

Il punto che il Buddha stava sottolineando, però, è che lo stato della nostra mente si riflette inevitabilmente nelle nostre reazioni quotidiane. Ad esempio, quanto velocemente cambia il vostro umore quando i vostri piani vanno in fumo? Un minuto state bene, poi un vento da nord fa saltare fuori un’intera serie di ricordi, di crisi emotive passate e ci si scopre a rivivere ogni doloroso dettaglio più e più volte. Vi ritrovate in uno stato tale che non potete tenere la vostra infelicità tutta per voi e così telefonate a un amico. Lui (o lei) vi ascolta attentamente, mentre sfogate il vostro dolore senza pensare all’effetto che state producendo: presto il vostro amico sarà depresso e turbato quanto voi. Che senso ha? Come aspiranti bodhisattva, se sentite il bisogno di assecondare le vostre sofferenze, fatelo da soli. Non trascinare nessun altro nella vostra tempesta emotiva, soprattutto se siete un praticante di tong-len e vi impegnate a pendere su di voi la sofferenza di tutti gli esseri senzienti piuttosto che condividere la vostra.

Fondamentalmente, è giunto il momento che il dharma penetri effettivamente nella mente degli studenti, specialmente quelli che, come me, sono in giro da un po’ di tempo. E se ciò dovesse accadere anche solo una volta ogni cento tentativi, consideratelo un risultato degno di una medaglia.

La pratica spirituale cambia in continuazione

Qualunque cosa facciate, che si tratti di una meditazione di shamatha quotidiana o di lunghi ritiri, la vostra pratica sarà in costante cambiamento. Ogni giorno porterà a un’esperienza diversa. Potreste scoprire, per esempio, che la vostra mente è abbastanza chiara al mattino, ma che diventa sempre più opaca col trascorrere delle ore, un tormento che tutti gli esseri umani vivono a causa dell’essere intrappolati nei tre gusci del corpo, della parola e della mente, e quindi in balia dei nostri aggregati e dei nostri elementi.

Oppure si possono sperimentare enormi cambiamenti di umore, tipo yo-yo, da un estremo emotivo a un altro, felici e calmi il martedì sera, ma da mercoledì mattina così irritabili che persino il fruscio delle foglie vi dà sui nervi. Succede a tutti noi. Ciò che oggi ci ispira domani ci deprime; ciò che ci rende tristi e desiderosi di rinunciare al mondo un giorno ci farà desiderare di tuffarci a capofitto nell’esistenza samsarica l’indomani.

I colpevoli di questi sbalzi d’umore sono i nostri aggregati (forma, sensazione, percezione, formazioni mentali, coscienza), che dipendono interamente dagli elementi (terra, acqua, fuoco, aria e così via), rendendo la nostra pratica tutt’altro che coerente. Questa mancanza di coerenza è il motivo per cui i praticanti, e in particolare i principianti, devono fare tutto il necessario per incoraggiarsi a praticare. E così come ai bambini viene generalmente dato più di un giocattolo con cui giocare, è una buona idea per i praticanti non limitarsi a un solo metodo.

Un giorno, se ritenete che gli insegnamenti shravakayana possano aiutarvi a chiarire i benefici della rinuncia, applicateli in tutti i modi. Se il giorno dopo, contemplare la natura illusoria dei fenomeni vi sembra più stimolante perché vi aiuta ad apprezzare che non avete quasi nulla a cui dovete rinunciare, non esitate ad applicare questo metodo. Siate abili e praticate qualsiasi approccio funzioni per voi in un preciso momento. E non limitatevi, perché come principianti è importantissimo che sviluppiate il gusto per la pratica. Una volta che avrete trovato una o due pratiche che funzionano bene per voi, concentratevi su di esse.

È un po’ come trasferirsi in una nuova città. In un primo momento, si vaga qua e là, provando i diversi percorsi tra casa e ufficio, finché non trovate uno più conveniente e vi attenete a quello. Ci saranno anche momenti in cui nessuna delle logiche abituali funziona e vi ritroverete incapaci di accettare anche la verità più palesemente ovvia e cioé che la morte è imminente e inevitabile, e nessun essere vivente – amico, famiglia o anche voi stessi – può sfuggirvi.

Quando questo tipo di deliri ostinati si impadroniscono della vostra mente, pregate il vostro guru, i buddha e i bodhisattva e supplicateli di aiutarvi ad accettare veramente l’inesorabilità della morte. E non cadete nella trappola di credere di dover imparare a disprezzare il samsara e sviluppare una forte “mente della rinuncia” prima di poter ricorrere a tali preghiere. Come ha detto il grande Jamgön Kongtrul Lodrö Tayé, dovreste affidarvi al vostro guru per tutto, compresa la benedizione di non avere più fame di samsara. Dovreste pregare il vostro guru e chiedergli di fare in modo che riusciate a pregare!

Un malinteso comune tra i praticanti è che per fare una pratica seria bisogna prima di tutto trasferirsi a Kathmandu o in una grotta e che, così facendo, la pratica si compie automaticamente. Non è così. Basta guardare gli studenti di dharma che attualmente vivono in India e Nepal per vedere che la geografia non garantisce alcun progresso spirituale. Alcuni di questi “vagabondi del dharma” hanno vissuto a Kathmandu per trent’anni o più, ma non sono cambiati di una virgola. La loro mente è inflessibile come il giorno in cui sono arrivati, a volte anche peggio.

Continuano a portare in giro esattamente la stessa spazzatura mentale della gente ordinaria, camuffandola sotto la maschera del praticante di dharma, e anche se non è difficile vedere sotto il loro travestimento, quando glielo si fa notare raramente riescono a sopportare l’umiliazione. Quindi state pur tranquilli che non è necessario uscire di casa per praticare in modo efficace.

Le istruzioni del Dharma

Le pratiche buddhiste sono tecniche che usiamo per affrontare il nostro abituale egocentrismo e attaccamento al sé. Ognuno di esse è stata progettata per smantellare le abitudini individuali fino a quando l’attaccamento al “sé” non viene completamente sradicato. Quindi, anche se una pratica può sembrare buddhista, se rafforza l’attaccamento, in realtà è molto più pericolosa di qualsiasi pratica apertamente non buddhista.

Oggi giorno, lo scopo di troppi insegnamenti è quello di far “stare bene” le persone, e anche alcuni maestri buddhisti stanno cominciando a comportarsi come apostoli della New Age. I loro discorsi sono interamente dedicati a convalidare le manifestazioni dell’ego e a sostenere la “legittimità” dei nostri sentimenti, nessuno dei quali ha nulla a che fare con gli insegnamenti che troviamo nelle istruzioni radice.

Quindi, se la vostra sola preoccupazione è sentirvi bene, ha molto più senso che vi facciate fare un bel massaggio o che ascoltiate della musica rilassante piuttosto che ricevere insegnamenti di dharma, che per certo non sono stati progettati per tirarvi su di morale. Al contrario, il dharma è stato concepito appositamente per mettere in luce i vostri fallimenti e i vostri limiti e farvi sentire malissimo. Provate a leggere “Le parole del mio Maestro Perfetto”. Se trovate la lettura deprimente, se le sconcertanti verità di Patrul Rinpoche mettono in crisi la vostra fiducia in voi stessi e nel mondo, rallegratevi e siate felici: è un segno che finalmente state cominciando a capire qualcosa del dharma. E comunque, sentirsi depressi non è sempre una brutta cosa. È del tutto comprensibile che qualcuno si avvilisca quando il suo più umiliante fallimento viene riportato a galla. Chi non si sentirebbe un po’ a disagio in una situazione del genere? Ma non è meglio essere dolorosamente consapevoli di un fallimento anziché esserne completamente ignari? Se un vostro difetto rimane nascosto, come potete fare qualcosa al riguardo? Quindi, anche se le istruzioni potrebbero deprimervi temporaneamente, vi aiuteranno a sradicare le vostre carenze portandole allo scoperto. Questo è ciò che si intende con l’espressione “dharma che penetra nella mente”, o come diceva Kongtrul Rinpoche, “la pratica del dharma che porta frutto”, piuttosto che le cosiddette esperienze positive in cui molti di noi sperano, come i bei sogni, le sensazioni di beatitudine ed estasi, la chiaroveggenza o una migliore capacità di intuizione.

Per Kongtrul Rinpoche, quando un praticante smette di fare quelle cose su cui si agitava incessantemente, è segno che la sua pratica del dharma sta dando i suoi frutti. Per esempio, prima di diventare un vero praticante, ricevere un complimento vi riempie gioia, mentre la minima critica vi getta nello sconforto o nell’irritazione. Non reagire affatto in entrambe le situazioni è segno che la vostra pratica sta dando i suoi frutti e che state diventando un autentico praticante di dharma, ed è di gran lunga preferibile all’esperienza di un milione di gratificazioni, sogni o sensazioni di beatitudine. È difficile capire se un sogno è un segno positivo o negativo. Patrul Rinpoche ha detto che un sogno apparentemente buono potrebbe essere altrettanto facilmente la manifestazione di un ostacolo perché se pensate che indichi che avete raggiunto il vostro obiettivo, potreste smettere di praticare, o diventare orgogliosi e arroganti riguardo alle vostre capacità. Perciò, disse, anche se sognate di aver cenato con il Buddha in persona, considerate il sogno come uno sputo; non ripensateci e certamente non annotatevelo da qualche parte o parlatene in giro. Più di ogni altra cosa, siate cauti, abbiate la stessa cautela anche riguardo a qualsiasi sentore che vi suggerisca di avere sviluppato un po’ più compassione del solito, o un po’ più devozione, o qualsiasi altra cosa che possa indurvi ad allentare la vostra disciplina di studio e pratica.

Kongtrul Rinpoche ci ha suggerito di pregare il guru, i buddha e i bodhisattva e chiedere loro di concedere le loro benedizioni: “Possa io far sorgere il cuore di tristezza”. Ma cos’è il “cuore di tristezza”?
Immaginate di fare un bel sogno. Nel profondo sapete che alla fine dovrete svegliarvi e sarà finito. Anche nella vita, prima o poi, qualunque sia lo stato delle nostre relazioni, o la nostra salute, il nostro lavoro e ogni aspetto della nostra vita, tutto, assolutamente tutto cambierà. E il campanellino che suona nella vostra testa per ricordarvi di questa ineluttabilità è quello che viene chiamato il “cuore della tristezza”. La vita, e lo sapete, è una corsa contro il tempo, e non dovreste mai rimandare la pratica del dharma all’anno prossimo, al mese prossimo o a domani, perché il futuro potrebbe non arrivare affatto. Questo tipo di atteggiamento, da corsa contro il tempo, è davvero importante, soprattutto quando si tratta di pratica.

La mia esperienza personale mi ha dimostrato che ripromettendomi che la prossima settimana avrei iniziato ad addestrarmi è più o meno la garanzia che non inizierò mai. E non credo di essere il solo. Così, una volta capito che la vera pratica del dharma non è esclusivamente la meditazione seduta formale, ma un confronto senza fine con l’orgoglio e l’opposizione all’orgoglio e all’ego, così come una lezione su come accettare il cambiamento, sarete in grado di iniziare a praticare da subito.

Immaginate di essere in spiaggia ad ammirare il tramonto. Non è successo niente di terribile e siete contenti, persino felici. Poi improvvisamente quella campanella nella vostra testa inizia a suonare, ricordandovi che questo potrebbe essere l’ultimo tramonto che vedrete. Vi rende conto che, se doveste morire, potreste non rinascere con la capacità di apprezzare un tramonto, per non parlare della capacità di capire che cos’è un tramonto. Basta questo pensiero per spronarvi a concentrare la vostra mente sulla pratica.

La certezza della morte

Dobbiamo pregare il guru, i buddha e i bodhisattva affinché concedano le loro benedizioni, in modo che prendiamo a cuore la certezza della morte. Ricordate sempre più spesso la realtà che voi, e tutti quelli che conoscete, vi state avvicinando costantemente alla morte. Naturalmente, non siamo completamente ignoranti: sappiamo di dover morire tutti, ma dobbiamo convivere con qualcosa di molto peggio della morte: l’incertezza di quando moriremo e di come avverrà. È questa incertezza che dobbiamo contemplare costantemente, mentre rafforziamo la nostra fiducia e la nostra devozione per causa, condizione ed effetto. Ricordatevi continuamente della morte e del karma perché, forse sorprendentemente, per la maggior parte di noi è fin troppo facile dimenticarsene. Un segnale che ci avverte che abbiamo dimenticato il karma è che non smettiamo mai di lamentarci di tutto e di tutti, del Buddha e del nostro guru, dei nostri mariti, mogli, amici e sconosciuti incontrati per strada.

Immaginate, ad esempio, una persona molto testarda che insiste nel percorrere uno sterrato ai margini di un’alta scogliera. Gli viene detto quanto sia pericolosa quella particolare strada e che guidare in stato di ebbrezza peggiora ulteriormente la situazione. Ma lui ignora qualsiasi avvertimento. Poi, inevitabilmente, un giorno è talmente ubriaco che accelera troppo e la sua auto si schianta sulle rocce sottostanti. Anche allora, passa gli ultimi secondi della sua vita a lamentarsi di quanto sia ingiusto quel che gli sta capitando. È cosi’ che noi esseri umani gestiamo le nostre vite. Se dovessimo esaminare le cause di tutte le innumerevoli piccole e grandi tragedie che abbiamo vissuto, scopriremmo come organizziamo personalmente e sistematicamente proprio le cause e le condizioni che garantiscono i risultati che poi sperimentiamo. Eppure, non facciamo altro che lamentarci! Questo dimostra quanto poco comprendiamo la causa, la condizione e l’effetto, e quanto poco ci fidiamo del Buddha, del dharma e del sangha.

Patrul Rinpoche ha detto che non esiste una persona che ha perfezionato sia la pratica del dharma che la vita mondana, e se mai incontriamo qualcuno che sembra essere abile in entrambi, è probabile che le sue abilità siano basate su valori mondani. È un tale errore presumere che praticare il dharma ci aiuterà a calmarci e a condurre una vita serena; niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Il Dharma non è una terapia. Al contrario, il dharma è fatto apposta per mettere sottosopra la vostra vita.

Allora, se la vostra vita va a gambe all’aria, perché vi lamentate? Se dite di praticare ma non succede nulla, è un segno che quello che state facendo non funziona. Questo è ciò che distingue il dharma dai metodi New Age che coinvolgono aure, relazioni, comunicazione, benessere, il Bambino Interiore, l’essere uno con l’universo e abbracciare gli alberi.

Dal punto di vista del dharma, tali interessi sono i giocattoli per bambini che rapidamente ci annoiano perché non hanno senso.

Un sincero desiderio di praticare il dharma non nasce dal desiderio di felicità personale o di essere percepiti come una persone “buona”, ma nemmeno pratichiamo perché vogliamo essere infelici o diventare persone “cattive”. Un’autentica aspirazione a praticare il dharma nasce dal desiderio di raggiungere l’illuminazione.

Andare oltre i concetti

In generale, gli esseri umani tendono a preferire adattarsi alla società, seguendo le regole e il sentire comune per ricevere l’etichetta di persona gentile, educata e rispettosa. L’ironia è che questo è anche il modo in cui la maggior parte della gente immagina che dovrebbe essere una persona spirituale. Quando un cosiddetto praticante di dharma si comporta male, scuotiamo la testa per la sua audacia nel definirsi un seguace del Buddha. Ma è meglio evitare simili giudizi, perché essere socialmente accettati e omologarsi non è ciò per cui un vero praticante di dharma si sforza. Pensate a Tilopa. Sembrava così stravagante che se oggi si presentasse a casa vostra non lo lascereste nemmeno entrare. E avreste ragione. Probabilmente sarebbe quasi completamente nudo, nella migliore delle ipotesi con addosso una specie di perizoma; i suoi capelli non avrebbero mai conosciuto neppure una goccia di shampoo e dalla sua bocca penzolerebbe un pesce ancora vivo che si divincola. Quale giudizio morale vi fareste di un simile essere? “Lui! Un buddhista? Ma se sta tormentando quella povera creatura mangiandola viva!” Ecco come funziona la nostra mente teistica, moralistica e giudicante. Funziona proprio come le religioni più puritane e distruttive del mondo. Naturalmente, non c’è nulla di necessariamente sbagliato nella morale, ma lo scopo della pratica spirituale, secondo gli insegnamenti vajrayana, è quello di andare oltre tutti i nostri concetti, compresi quelli della morale.

In questo momento la maggior parte di noi può permettersi di essere solo leggermente anticonformista, eppure dovremmo aspirare a essere come Tilopa. Dovremmo pregare affinché un giorno possiamo avere il coraggio di essere altrettanto pazzi, osando andare oltre gli otto dharma mondani e non preoccupandoci più di essere elogiati o criticati. Nel mondo di oggi un tale atteggiamento è considerato follia pura. Più che mai, la gente si aspetta di essere felice quando è ammirata e lodata, e infelice quando è derisa e criticata, ed è quindi improbabile che coloro che vogliono che il mondo li consideri sani di mente si arrischino a spiccare il volo dal nido degli otto dharma mondani. Agli esseri sublimi, però, non potrebbe interessare di meno, ed è per questo che, dal nostro punto di vista mondano, sono considerati pazzi.

Dzongsar Jamyang Khyentse – Tradotto da Not for happiness –
A Guide to the So-Called Preliminary Practices

Dzongsar Jamyang Khyentse Rinpoche, conosciuto anche come Khyentse Norbu, è un lama originario del Bhutan, maestro di aspiranti monaci buddhisti tibetani in Asia, a partire dall’originario monastero di Dzongsar, poi in Tibet, India, Bhutan, Australia e Nord America; in Italia è noto per due suoi film, La coppa e Maghi e viaggiatori. All’età di sette anni fu riconosciuto, da Sakya Trizin, come la terza incarnazione del fondatore del lignaggio Khyentse del buddismo tibetano. Ha studiato in Asia e in Occidente. Ha fondato le associazioni no profit per la diffusione del buddhismo Siddhartha’s Intent, Khyentse Foundation e Lotus Outreach.

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1 comment

  1. splendido, bisognerebbe leggerselo ogni giorno come si fa con un impegno di sadhana, grazie Carolina Lami per la traduzione

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