Tutta colpa della torta al cioccolato


L’afflizione mentale che gestisce le nostre vite è l’attaccamento, un senso di insoddisfazione, un bisogno, una sensazione primordiale di mancanza di qualcosa, di incompletezza; il sentirsi sempre un po’ soli, tagliati fuori. Ed è sempre lì, nel profondo del nostro essere.

Robina Courtin

È da queste sensazioni che entrano in gioco l’avversione e la rabbia, che sono l’esatto opposto dell’attaccamento. Nella frazione di secondo in cui l’attaccamento incontra un ostacolo, non ottiene quello che vuole – e questo ci capita milioni di volte al giorno – sorge l’avversione che poi si esprime esteriormente sotto forma di rabbia o interiormente come frustrazione e depressione. L’attaccamento e l’avversione sono assolutamente collegati. Pur essendo una allucinazione, l’attaccamento è insopportabile: la bolla prima o poi deve scoppiare e non ha altro modo di manifestarsi se non attraverso l’avversione (o l’ignoranza, che si manifesta sotto forma di noia, indifferenza o apatia).

Nel nostro incessante tentativo di tenere a bada il panico, cerchiamo in continuazione suoni, odori, sapori, sentimenti, sensazioni, pensieri e parole piacevoli, ma nell’istante in cui non li otteniamo, nasce l’avversione che esplode verso l’esterno sotto forma di rabbia o implode verso l’interno come depressione, senso di colpa, disperazione, odio di sé.

Che cos’è l’ignoranza

Alla radice di questo processo, il Buddha insegna che c’è l’ignoranza – marigpa in tibetano – ovvero la non consapevolezza fondamentale del modo in cui noi esistiamo realmente. La funzione di questo “attaccamento all’ego”, come viene chiamato, è quella di isolare e concretizzare questo enorme senso di un sé, un senso afflitto di un “io”, un senso totalmente costruito di un “io”, la cui natura è la paura: paranoico, oscuro, frammentato, separato, alienato e sovradimensionato ego.

Questo senso istintivo e pervasivo senso di un “io” indipendente, esistente dalla sua parte, reale, solido e definito, pervade tutto. Non c’è un istante in cui non sia presente, informando tutto ciò che pensiamo, proviamo, diciamo, facciamo e sperimentiamo.
E la voce principale di questo “io” è “Voglio“. Perché? La sensazione vivida di un sé separato e solitario si manifesta come un profondo senso di mancanza di qualcosa: non siamo mai abbastanza, non abbiamo mai abbastanza. Questa è l’ironia feroce dell’ego: farci sentire vuoti, privi di senso, creare quel pozzo senza fondo di desideri che è l’attaccamento. Ed è la voce principale dell’ego a essere costantemente lì, momento dopo momento; non una volta ogni tanto, ma sempre.

Questo attaccamento, questo desiderio, questo anelito è però una concezione sbagliata e ci fa cadere nell’errore di credere che – quando finalmente avremo quella persona deliziosa, quel gusto meraviglioso, quell’odore incantevole, quella bella sensazione, quell’idea – quando finalmente otterremo ciò che vogliamo allora ci sentiremo completi, finalmente saremo soddisfatti. Questo è ciò che pensa il desiderio.

Il Buddha non è un moralista. Non dice che non dovremmo provare piacere: la realtà è che dovremmo avere tonnellate di piacere, gioia, felicità, ma spontaneamente e in modo appropriato e, incredibilmente, senza dover fare affidamento su qualcosa di esterno. Questo è il nostro stato naturale che otterremo quando finalmente avremo liberato la nostra mente dalle nostre nevrosi. Al momento, però, a causa dei fraintendimenti del desiderio, non abbiamo capito proprio niente.

Qui dentro, là fuori

Il desiderio pensa che quella deliziosa torta al cioccolato, quella cosa meravigliosa che è là fuori, vibrante di delizia e promesse, mi stia chiedendo di mangiarla e che non ci sia nulla in questa situazione che provenga dalla mia parte. Pensiamo che in tutto questo la mente non abbia alcun ruolo, che tutto accada dal lato della torta, che tutta l’energia provenga dalla torta.

Il problema è che non vediamo la realtà di questo processo! Il fatto è che siamo noi a “costruire” la torta: l’attaccamentoci ha raccontato una storia fantastica sulla torta e su ciò farà per noi. Ma non è altro che una costruzione concettuale complessa, un’invenzione, una visione elaborata, un’interpretazione, un’opinione.

Siamo come bambini che disegnano un leone e poi ne hanno paura. Inventiamo tutta la nostra realtà e su quella basiamo le nostre paure, le paranoie, la depressione e l’attaccamento.

Ci inventiamo torte al cioccolato, amici, nemici… Sembra fantascienza, ma è proprio così. Questo non significa che la torta non esiste, c’è eccome. E non significa che Tizio non vi abbia dato un pugno… l’ha fatto. Dobbiamo però imparare a distinguere tra i fatti e la finzione: questa è la parte difficile.

È difficile da capire, ma è questo il modo in cui funzionano le afflizioni mentali. Fondamentalmente sono delle menzogne. Ciò che l’attaccamento vede, semplicemente non è vero. Ciò che l’attaccamento vede semplicemente non esiste.

C’è una torta, ma quello che pensiamo sia una torta e quello che in realtà è la torta sono due cose molto diverse. Questo è l’aspetto interessante. E il fatto che per noi sia così difficile da capire dimostra quanto questo fraintendimento sia radicato in noi.

Quello che stiamo vedendo o vivendo, quello che stiamo percependo – la deliziosa torta al cioccolato che mi renderà felice – è una bugia colossale. La torta non esiste affatto in questo modo. Lì c’è una torta, è marrone, è quadrata: questo è vero. Ma ciò che ci è difficile è distinguere la realtà dalla proiezione mentale. Che cosa c’è veramente e che cosa non c’è. Questo è il lavoro che dobbiamo fare per capire in che modo funzionano le afflizioni mentali per liberarcene.

Un’altra caratteristica dell’attaccamento è che è la “voce della vittima”. Sentiamo di non avere alcun controllo: “quella torta è una cosa incredibile e potente e devo assolutamente assaggiarla. Non ho scelta”. Questo è l’attaccamento che parla. L’attaccamento dà tutto il potere all’oggetto esterno. È per questo che ci sentiamo come bambini, che abbiamo la mentalità della vittima. E la mentalità della vittima, quella della disperazione, quella dell’assenza di controllo, è la voce dell’attaccamento. Letteralmente. È esattamente così che funziona l’attaccamento, dando tutto il potere a quell’oggetto. Vediamo questa torta divina, veramente deliziosa, che in realtà è una proiezione della nostra mente, le crediamo e poi le diamo la colpa della nostra infelicità.

“Facciamo del corpo il nostro capo”, come direbbe Lama Yeshe. Seguiamo totalmente quello che sentono i sensi. Assumiamo che la deliziosa torta sia un oggetto dei sensi: ovviamente, lo è; ma quello che pensiamo di vedere non è quello che c’è realmente. Ciò che appare al senso della vista, per esempio, non è una deliziosa torta, ma semplicemente una forma quadrata di colore marrone. “Torta deliziosa” è una storia inventata dalla coscienza mentale, in particolare dall’attaccamento. Si tratta di un punto cruciale.

Analizziamo. Che cosa sperimentiamo in relazione a quella torta? Uno dei sensi coinvolti è l’olfatto: il meraviglioso profumino che sentiamo in cucina. Poi ci sono il tatto e la vista: vediamo la forma e il colore della torta in tavola; poi la tocchiamo, la mano la sente soffice; infine c’è la coscienza del gusto, quella che vogliamo di più. Così quattro dei cinque sensi sono coinvolti nell’esperienza di quella torta.

I sensi sono come animali un po’ ottusi. La nostra lingua non sente desiderio per la torta, non ci salta fuori dalla bocca per prenderne avidamente un pezzo; e neppure la nostra mano, anche se in effetti sembra proprio così. La mano va alla torta, ma non per sua iniziativa. E allora perché lo fa? Perché è spinta dal nostro desiderio nevrotico di mangiare la torta. In altre parole, è spinta dalla coscienza mentale, dal pensiero, dalla storia che ci raccontiamo sulla torta al cioccolato. Da qui sorgono le afflizioni mentali. L’attaccamento non è una funzione del gusto. E come potrebbe esserlo? La nostra lingua non è nevrotica. La nostra lingua non prova attaccamento, la nostra lingua non dice “Voglio la torta”, è solo una porta attraverso la quale questo insieme di pensieri, questi concetti, questo senso di “io” si afferra all’esperienza, non è così? I sensi non sperimentano l’attaccamento. È un fatto logico.

La via per la felicità

Per secoli abbiamo creduto che la soddisfazione dei sensi fosse la via per ottenere la felicità. Quindi, in questo momento, siamo totalmente dipendenti dagli oggetti sensoriali. Siamo tutti drogati, in un modo o nell’altro. Non riusciamo a immaginare di provare piacere diversamente, senza cioè uno qualsiasi degli oggetti dei cinque sensi. Ma se non iniziamo a indagare e modificare questa nostra deformazione mentale non ci libereremo mai dalla sofferenza, non saremo mai soddisfatti, appagati, felici, contenti. Ecco perché la base della pratica, il fondamento di tutte le realizzazioni, è la disciplina.

Praticare la disciplina significa praticare il controllo dei sensi. E non è una questione moralistica; è una questione pratica, di buon senso. L’obiettivo è di essere il più possibile felici. Questo è l’obiettivo. Questa felicità, questo piacere non è un’illusione. Se il piacere fosse un’illusione, tanto varrebbe arrendersi ora. Il piacere, la felicita’, la gioia sono del tutto appropriati.

Allora, dov’è il problema? Perché soffriamo? Perché siamo frenetici, ansiosi e disperati, fantastichiamo sulla torta prima ancora che ci sia, poi ne ingurgitiamo due fette appena l’abbiamo a portata di mano e poi ci deprimiamo perché ne abbiamo mangiata troppa. Perché? Perché abbiamo queste afflizioni mentali.

La sofferenza non viene dal piacere, non proviene dai sensi. Proviene dalle nevrosi della coscienza mentale. Per questo, per il momento ci è praticamente impossibile provare piacere senza attaccamento.

Robina Courtin – Tratto e tradotto dagli insegnamenti del ritiro “Freedom through Understanding”

Categories: Dakini, Robina CourtinTags: , , , , , , , ,

1 comment

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: