A proposito di sofferenza


Penso che “sofferenza” sia una traduzione molto vaga della parola sanscrita dukkha. In generale, quando si pensa alla sofferenza ci si riferisce il più delle volte a sensazioni dolorose, mentre la parola dukkha ha uno spettro di significati molto più vasto.

Nel buddhismo si parla di tre tipi di sofferenza/dukkha.
Il primo tipo riguarda appunto le sensazioni dolorose, sia mentali sia fisiche.
Il secondo tipo è la sofferenza/dukkha del cambiamento: nel samsara, quando sperimentiamo la felicità, questa non dura; qualunque cosa pensiamo ci renderà felici non è veramente della natura della felicità e aun certo punto si trasforma in sofferenza: mangiare è può essere veramente piacevole, ma se mangiamo troppo alla fine ci sentiamo male.
Il livello più sottile di sofferenza/dukkha è la sofferenza pervasiva dell’esistenza condizionata, ovvero rinascere continuamente a causa delle afflizioni mentali e karma. Anche se vogliamo la felicità e la pace, dal momento che la nostra mente non è libera dalle afflizioni mentali – ignoranza, rabbia e attaccamento – e dal karma negativo, ovvero le azioni che compiamo sotto la loro influenza, siamo condannati a ritornare nell’esistenza ciclica e a sperimentarne la sofferenza.

Quando le persone sentono la parola “sofferenza”, istintivamente pensano soltanto a un determinato tipo di dolore, sia fisico che mentale e così se la loro vita sta andando bene si dicono: “La mia vita non è della natura di dukkha. Ho una casa, un lavoro, una famiglia, tutto va per il meglio. Non sto affatto soffrendo.”

Allo stesso modo, quando si cerca di incoraggiare la compassione, la gente può provarne per coloro che sono poveri o malati, ma non pensano di estenderla anche ai residenti di Beverly Hills o del West Side di Manhattan. Penso quindi che la parola “sofferenza” limiti in realtà la comprensione del termine dukkha. A volte lo traduco come “circostanze insoddisfacenti”, ma potrebbe essere meglio parlare di dukkha come di uno spettro di esperienze.

A una estremità dello spettro c’è la sofferenza fisica e mentale; all’estremità opposta c’è il fatto, fondamentale ma di cui non siamo consapevoli, che la nostra mente non è libera. A causa delle afflizioni mentali e del karma – la seconda nobile verità, la verità sull’origine di dukkha – continuiamo a rinascere nel samsara. Si tratta di un tipo di dukkha molto sottile, difficile da realizzare, al punto che non tendiamo neppure a considerarlo come qualcosa di indesiderabile. Diamo per scontato il fatto di avere questo corpo e questa mente, ma si dice che gli arya – coloro che percepiscono direttamente la realtà – vivano quel tipo di dukkha con la stessa intensità con cui noi sperimentiamo un dolore fisico lancinante e vogliono liberarsene.

Se non riusciamo ad ancorare continuamente la nostra pratica alla consapevolezza di quel tipo di dukkha, non stiamo cogliendo l’essenza di ciò che il Buddha ha insegnato, non comprendiamo il significato del superamento dell’infelicità, della confusione e del dolore di questa vita.
Dukkha abbraccia davvero tutta la gamma di esperienze di una rinascita incontrollata. Credo sia importante capirlo.

L’esperienza reale della sofferenza fisica è universale per tutti gli esseri senzienti. La sofferenza fisica è anche la porta d’ingresso per comprendere la natura insoddisfacente della vita nel samsara. Quando cerchiamo di praticare il modo di vedere di un bodhisattva, addestriamo la nostra mente a sentire la sofferenza/dukkha degli altri – tutti e tre i tipi di dukkha – come se fosse la nostra, al punto che, per quanto troviamo il nostro dukkha insopportabile, troviamo quello degli altri esseri ancora peggiore.

Negli Occidentali che praticano il buddhismo c’è una sorta di blocco che impedisce loro di guardare davvero a fondo ciò che significa dukkha.
La gente vuole luce, amore e beatitudine. Molte persone si avvicinano al buddhismo per sentirsi psicologicamente meglio e più a proprio agio con se stessi, e questo è bello: possiamo aiutarle se questo è il loro obiettivo.
Ma questa non è la profondità raggiunta dagli insegnamenti del Buddha. Se non passiamo del tempo a riflettere su che cos’è dukkha, allora non cercheremo realmente né la liberazione né il risveglio e ci limiteremo ad usare il dharma solo per rendere la nostra vita nel samsara un po’ più gradevole. Questa è una delle mie paure per quanto riguarda la pratica del buddismo in Occidente, che vada perso l’aspetto liberatorio del dharma.

(…) Un metodo che adottiamo per lavorare con il primo tipo di dukkha, le sensazioni dolorose fisiche e mentali, è capire che sono il risultato delle nostre azioni negative, compiute in una vita precedente, se non in questa vita. Con questa comprensione, anziché reagire con rabbia, senso di colpa, negazione o frustrazione impariamo a considerarle come il risultato delle nostre azioni. Non c’è niente e nessuno da incolpare al di fuori di noi stessi e se non ci piace sperimentare quel tipo di risultati, dobbiamo abbandonare le azioni dannose e intraprendere solo quelle di beneficio per noi stessi e per gli altri.

Un altro metodo consiste nel generare una grande compassione come risposta a dukkha. Rispetto al nostro dukkha, generiamo la determinazione ad essere liberi dal samsara, il che ci spinge a realizzare la natura della realtà e a liberare la nostra mente dal ciclo incontrollato delle rinascite. Poi estendiamo la stessa aspirazione agli altri esseri viventi; generiamo una grande compassione e il pensiero “Voglio diventare un buddha pienamente risvegliato per beneficiare tutti questi esseri nel modo più efficace”.

Una ulteriore pratica utile per tutti e tre i tipi di dukkha si chiama “prendere e dare”: immaginiamo di assumere su di noi il dukkha degli altri esseri viventi con compassione, usandolo per distruggere il nostro egocentrismo e la nostra ignoranza, per poi augurare la felicità e le cause della felicità a chiunque, immaginando di dare il nostro corpo, i nostri averi, i nostri meriti, qualsiasi cosa abbiamo agli altri esseri viventi per alleviare il loro dukkha e per portare loro la gioia. E’ un metodo molto potente. Man mano che la pratica si approfondisce, si diventa sempre più consapevoli che il karma collettivo non è in realtà separato dal proprio karma individuale e che tutta la sofferenza karmica si realizza come la propria sofferenza.

Possiamo anche usare la consapevolezza unita alla saggezza per comprendere dukkha, osservando la nostra natura impermanente e poi andando oltre per vedere che stiamo considerando dukkha come intrinsecamente esistente, che le cause che ci fanno sperimentare dukkha – l’ignoranza, la rabbia, e l’attaccamento – dipendono dall’afferrarsi a un’esistenza intrinseca. Così possiamo usare la meditazione sulla vacuità, sull’assenza del sé e sull’altruismo per cambiare il modo in cui dukkha appare alla nostra mente e per smettere di creare il karma che porta ai primi due tipi di dukkha.

L’idea che la sofferenza sia il risultato del nostro karma spesso è difficile da digerire. Comporta un’assunzione di responsabilità per le nostre azioni, mentre abitualmente tendiamo a dare la colpa della nostra infelicità alle persone o alle situazioni che non riusciamo a controllare. Tuttavia, comprendere che la sofferenza è il risultato del nostro stesso karma non significa incolpare noi stessi né che chi soffre se lo meriti. E’ importante non dare un’interpretazione cristiana al karma, sovrapponendovi i concetti di punizione e ricompensa che non appartengono affatto a questa nozione buddhista. E’ solo quando si piantano semi di margherite che si ottengono le margherite e quando si piantano semi di peperoncino si ottiene peperoncino. Il karma è tutto qui. Il punto è guardare alle nostre azioni e capire che hanno un impatto sulle nostre esperienze.

A livello di sofferenza globale, è evidente che le azioni umane stanno producendo povertà, cambiamenti climatici e guerre. Dobbiamo assumerci la responsabilità delle nostre azioni, ma questo non significa che dobbiamo incolpare noi stessi. Colpa e responsabilità sono due cose completamente diverse.
(…) Accettare la nostra sofferenza quando siamo nel bel mezzo di esperienze dolorose, piuttosto che incolpare gli altri e arrabbiarsi, ne diminuisce l’intensità. Possiamo accettare l’attuale dukkha sapendo di poter esserne liberi in futuro. Per fare questo, abbandoniamo le cause della sofferenza e cerchiamo di creare le cause della felicità e della realizzazione.

Thubten Chodron – Tratto e tradotto da Understanding Dukkha

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