Spiritualità e piacere


Dal momento in cui ci svegliamo, la mattina, fino al momento in cui ci addormentiamo, la sera, e persino mentre sogniamo, siamo mossi dal desiderio. Ognuno dei nostri sensi è affamato del proprio “cibo”: gli occhi vogliono vedere forme e colori interessanti; le orecchie sentire suoni piacevoli; il naso percepisce attivamente gli odori piacevoli e prova disgusto per gli odori che lo disturbano; la lingua cerca nuovi entusiasmanti sapori e il nostro senso del tatto ha sempre bisogno del contatto con qualcosa di gradevole.
Il desiderio è così profondamente radicato che, privati di qualsiasi stimolazione sensoriale per un periodo di tempo sufficientemente lungo, cominciamo ad avere delle allucinazioni.

Ma i nostri desideri non si limitano a ciò che possiamo vedere, sentire, odorare, gustare e toccare. La nostra mente corre dietro alle idee con la stessa avidità con cui la nostra lingua ricerca i sapori. Astrazioni come la conoscenza, la reputazione, la sicurezza e la soddisfazione sono perseguite con lo stesso vigore, come se fossero oggetti tangibili, che possono essere afferrati o guardati.
Il desiderio è così pervasivo che è improbabile esista qualcosa che non sia motivato da esso. Indipendentemente dal contesto in cui ci troviamo – che si tratti di affari, sport o anche di attività spirituali – è il desiderio che ci spinge a raggiungere il successo. I desideri sono una parte così integrante della nostra vita che la maggior parte delle persone considera la loro assenza una specie di morte da vivi.

Alla base di tutti i nostri desideri c’è quello di essere felici. Da questo punto di vista siamo tutti uguali perché tutti vogliamo la felicità – anche se possiamo definirla in modi diversi – e nessuno di noi desidera la benché minima sofferenza o frustrazione.
Se ci riflettiamo attentamente, arriviamo a capire che qualsiasi nostra azione è motivata dal desiderio di sperimentare ciò che è piacevole o di evitare di sperimentare ciò che è sgradevole, doloroso. Eppure, nonostante tutti i nostri sforzi, la nostra vita è piena di sofferenza e insoddisfazione. L’oggetto del nostro desiderio, per il quale abbiamo lavorato così duramente, si perde, viene rubato o semplicemente smette di darci piacere. Il nostro amato marito, o moglie, diventa a un certo punto il nostro peggior nemico, oppure muore lasciandoci soli. La professione che tanto desideravamo si trasforma in un pesante fardello che consuma tutto il nostro tempo e le nostre energie. La nostra buona reputazione svanisce, la nostra pelle liscia si riempie di rughe, la nostra intelligenza da brillante diventa opaca.
E così la felicità tanto agognata ci sfugge continuamente di mano. A volte, sembra addirittura che più cerchiamo di essere felici, più diventiamo infelici e la vita sembra una corsa sfrenata e senza senso. I nostri sforzi per trovare la felicità ci fanno girare in tondo fino a quando scopriamo di essere solo frustrati ed esausti.

Molti filosofi e maestri spirituali hanno descritto questo circolo vizioso di infelicità e disinganno e hanno offerto consigli su come liberarsene, o almeno su come riuscire a sopportarlo. Shakyamuni Buddha chiama questa condizione di perenne insoddisfazione “samsara”, un termine sanscrito che significa appunto “vagare” o “girare in tondo”, ma ha anche insegnato molti metodi per liberarcene, spiegando che la radice di tutti i nostri problemi e frustrazioni è il desiderio stesso e che la liberazione, o nirvana, si ottiene sradicandolo completamente dal nostro cuore.

Poiché gli occhi, le orecchie, il naso, la lingua e così via sono le “porte” del desiderio, chi desidera liberarsi da questo ciclo di sofferenza può imparare a diffidare soprattutto dei cinque sensi fisici, riconoscendo il malsano controllo che esercitano sulla mente e trattandoli con la massima cautela. Il comportamento di chi segue questo tipo sentiero di liberazione individuale è quindi caratterizzato da un estremo autocontrollo. Il praticante mette una sorta di guardia inflessibile alla porta dei sensi ed è estremamente sospettoso di qualsiasi cosa tenti di entrare. Se, ad esempio, alla vista appare un oggetto potenzialmente desiderabile – come un uomo o una donna attraenti – il praticante presta la massima attenzione al potenziale pericolo di cadere sotto il suo incantesimo.
Quando si segue questo tipo di addestramento mentale ci si sforza di contrastare la tendenza abituale a correre ciecamente dietro agli oggetti di attaccamento, e di conseguenza di cadere vittima del dolore e della delusione. Gli insegnamenti suggeriscono di concentrarsi sugli aspetti sgradevoli dell’oggetto, in modo da ridurre attrazione e attaccamento nei suoi confronti. Possiamo ad esempio neutralizzare il nostro desiderio per il corpo di una persona che ci piace concentrandoci sulle sue parti meno attraenti (lo scheletro e le ossa, i liquidi corporei, il sangue, gli organi interni… n.d.t.). Lo scopo di questo tipo di pratica è evitare che il desiderio abbia il sopravvento sulla mente e raggiungere una tranquillità e una pace che non possono essere disturbate.

Rispetto a un sistema come il tantra, che invece utilizza proprio l’energia del desiderio, questo approccio è considerato inferiore, ma non significa non abbia alcun valore. Al contrario, è fondamentale sapere in che modo spostare la nostra attenzione dalle cose che disturbano la mente. Tuttavia, se l’unico metodo con cui sappiamo affrontare gli oggetti desiderabili è quello di evitarli, ci sarà un enorme limite a quanto potrà avanzare la nostra pratica spirituale.

L’approccio del tantra è completamente diverso. Invece di considerare il piacere e il desiderio come qualcosa da evitare a tutti i costi, il tantra considera la potente energia suscitata dai nostri desideri come una risorsa indispensabile per il sentiero spirituale. Poiché l’obiettivo non è altro che la realizzazione del nostro più alto potenziale umano, il tantra cerca di trasformare ogni esperienza – per quanto “non religiosa” possa apparire – nella via della realizzazione. È proprio perché la nostra esistenza è così indissolubilmente legata al desiderio che dobbiamo imparare a sfruttarne la tremenda energia se vogliamo trasformare la vita in qualcosa di trascendentale.

La logica del tantra è davvero molto semplice: la nostra esperienza del piacere ordinario può essere usata come risorsa per raggiungere l’esperienza estremamente piacevole della totalità, o illuminazione. È evidente che le qualità della mente, se coltivate, producono qualcosa di simile e non il loro opposto e questo vale sia per gli stati d’animo positivi sia per quelli negativi. Così come l’insoddisfazione non potrà mai diventare soddisfazione, l’infelicità non si trasformerà mai in felicità. Secondo il tantra, non possiamo sperare di raggiungere il nostro obiettivo di felicità assoluta e completa rendendoci sistematicamente sempre più miserabili e infelici. Non è così che le cose funzionano nella realtà. È solo coltivando piccole esperienze di calma e soddisfazione ora che saremo in grado di raggiungere il nostro obiettivo ultimo di pace e tranquillità in futuro. Allo stesso modo, è solo attraverso l’uso abile dell’energia del desiderio e stabilendo l’abitudine di sperimentare quello che potremmo chiamare vero piacere che possiamo sperare di raggiungere la beatitudine eterna e la gioia della piena illuminazione.

Spesso però si pensa che l’esperienza del piacere e il percorso spirituale o religioso siano tra loro in contraddizione. Per molte persone, infatti, la religione non significa altro che la negazione o il rifiuto di tutto quelle che di piacevole c’è nella vita: niente desideri, niente spontaneità, niente libertà di espressione. Non c’è da stupirsi, quindi, che alcune religioni abbiano una pessima fama. Invece di rappresentare un metodo per superare i nostri limiti, sono viste come una delle forme più opprimenti di coercizione. Ma questa è solo una superstizione da superare, se vogliamo davvero essere liberi. Purtroppo è il modo in cui molte società hanno usato la religione come mezzo di oppressione e controllo politico che giustifica questo giudizio negativo. La visione della religione come qualcosa che opprime o limita la nostra natura umana è sostenuta non solo dai suoi critici, ma anche da molti praticanti religiosi. Ci sono molte persone che sentono che il modo corretto di praticare una disciplina spirituale è negare la propria semplice umanità. Sono diventate così sospettose riguardo al piacere che pensano che essere infelici sia un valore: “Sono una persona religiosa, quindi non dovrei divertirmi.” Anche se il loro obiettivo è quello di raggiungere una qualche forma di pace e felicità eterna, si impegnano a negare a se stessi i piaceri quotidiani della vita. Considerano il piacere un ostacolo allo sviluppo spirituale e se provano anche un piccolo piacere, si sentono a disagio e in colpa. Non possono nemmeno mangiare un pezzo di cioccolato senza giudicarsi peccatori e avidi! Invece di accettare e godere di quella esperienza per quella che è, si avvitano in un loop di sensi di colpa: “Mentre tante persone nel mondo stanno morendo di fame e disperazione, come ho potuto indulgere in questo modo!” Questo atteggiamento è completamente sbagliato: non c’è motivo di sentirsi in colpa per un pezzetto di cioccolato! Ma è altrettanto sbagliato pensare che piaceri transitori possano assicurarci la soddisfazione ultima: questa è un’altra forma di attaccamento, un altro modo di chiuderci in una visione limitata di chi siamo e di che cosa possiamo diventare. Il senso di colpa è una perversione della spiritualità, non è un vero atteggiamento spirituale. La pratica dell’abnegazione potrebbe avere un qualche valore se davvero fosse in grado di renderci felici e in pace, indipendentemente dalle circostanze che incontriamo. Potrebbe essere utilizzata per rafforzare il nostro senso di distacco o per aiutarci a capire ciò che è veramente importante nella nostra vita. Ma raramente ci priviamo di qualcosa per le giuste ragioni. Ci condanniamo all’infelicità perché pensiamo che essere infelici sia in qualche modo utile. Non ne vale la pena, non è così: sguazzare nell’infelicità ci rende solo più infelici.

Se invece sappiamo come sperimentare la felicità senza attaccamento o senso di colpa, allora possiamo imparare a coltivare livelli sempre più profondi di questa esperienza e alla fine raggiungere l’inconcepibile felicità del nostro pieno potenziale umano. Se l’approccio rigido e autopunitivo che ho appena criticato è sbagliato, qual è quello che dovrebbe adottare qualcuno seriamente interessato a realizzare il proprio potenziale più alto? Detto in due parole è mantenere continuamente la mente in una condizione il più possibile felice e pacifica. Piuttosto che lasciarci governare dagli abituali schemi mentali di attaccamento, insoddisfazione, confusione, infelicità e senso di colpa, dovremmo cercare di migliorare la mente sviluppando livelli sempre più profondi di comprensione, un controllo più abile delle nostre energie mentali e fisiche, forme sempre più alte di felicità e beatitudine e una vita migliore. Un simile approccio ha molto più senso che cercare di rinnegare e respingere le esperienze quotidiane. Questa è la logica del tantra.

Lama Thubten Yeshe – Tradotto da Introduction to Tantra: The Transformation of Desire

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