La vera rinuncia/fine


A qualunque livello sociale e culturale, tutti annaspano nel pantano delle proprie allucinazioni: i poveri pensano che i ricchi siano felici, i ricchi disprezzano i poveri, considerandoli dei miserabili. In realtà, entrambe le opinioni sono sbagliate, poiché si basano sulla convinzione, superficiale ed errata, che la vera soddisfazione dipenda interamente dal benessere materiale. Ma è vero l’esatto contrario: la felicità si trova nella mente che non rincorre il piacere dei sensi.

Che cosa possiamo fare quando il nostro istinto ci spinge ad agire nella direzione opposta a ciò che davvero ci fa bene? Con infinita saggezza e compassione, gli esseri illuminati ci hanno mostrato la via per liberarci da questa confusione: la meditazione sull’impermanenza dei fenomeni e sulla morte, esposta negli Stadi del Sentiero per l’Illuminazione. Attraverso queste meditazioni possiamo capire come impermanenza e morte siano parte integrante della nostra esistenza dal momento esatto in cui nasciamo. Meditando con costanza, svilupperemo un po’ alla volta la comprensione intuitiva di questa verità, diventeremo sempre più consapevoli dell’inevitabilità della morte e il nostro desiderio compulsivo per i piaceri illusori si placherà spontaneamente. Lentamente ci accorgeremo che per tutta la vita ci siamo dati un gran da fare con l’aspettativa di raggiungere, un domani, felicità e benessere; ci renderemo conto di tutti gli innumerevoli esseri che hanno vissuto intrappolati in un labirinto di speranze e aspettative insoddisfatte, per poi morire disillusi e amareggiati.

Anche se non siete dei grandi yogi, dotati di incredibili poteri meditativi, dovreste almeno cercare di sviluppare la semplice ma chiara comprensione del fatto che non siete venuti al mondo al solo scopo di gratificare i vostri desideri materiali. Questa comprensione fa sorgere la ferma determinazione a rinunciare all’attaccamento, determinazione che da sola diventa la causa della vostra futura liberazione dalla sofferenza. Quando avrete raggiunto uno stato di coscienza davvero libero, anche la peggior catastrofe non riuscirà a turbarvi. In questo mondo travagliato si verificano in continuazione disastri ineluttabili. Ognuno di noi ha quindi la responsabilità di raggiungere per se stesso un livello di coscienza che immunizza da tutte le avversità.

Il buddhismo potrebbe sembrare estremamente radicale nel proporre una vita di rinuncia così estrema da non meritare di essere vissuta. Ma a una più attenta analisi, si rivela essere una filosofia piena di compassione, che mira a portare tutti gli esseri a diretto contatto con la propria vera natura. Quando gli esseri umani mettono in pratica gli insegnamenti, realizzano il loro innato potenziale e vivono su un piano superiore. Preoccuparsi esclusivamente dei bisogni materiali è quello che fanno le formiche e i polli, che passano la maggior parte della vita a procurarsi cibo e acqua. La nostra intelligenza umana dovrebbe permetterci di guardare al di là della mera gratificazione dei sensi e, come minimo, di avere una comprensione dell’esistenza più profonda di quella di un pollo.

Come ha fatto il grande yogi tibetano Milarepa a vivere felicemente, isolato nella sua grotta sull’Himalaya, senza possedere nulla e nutrendosi solo di ortiche? Ci è riuscito perché non aveva desideri. Vedete, la sofferenza non risiede negli oggetti esterni, in una grotta o nel nostro corpo. E’ la nostra mente ignorante a essere infelice. Possiamo prendere Milarepa come esempio e cercare di rinunciare alla mente dell’attaccamento, proprio come ha fatto lui, e condurre una vita libera da inutili sofferenze, ma senza necessariamente abbandonare il mondo per trasferirci in una grotta. L’unico requisito per ottenere la tranquillità e la felicità di Milarepa è una mente liberata dall’attaccamento.

Quando diciamo che la liberazione dipende da una mente che non prova più alcun attaccamento non intendiamo dire che dovete sbarazzarvi di tutto ciò che avete. Ci sono diversi livelli di pratica, a seconda delle capacità individuali. Ci sono momenti in cui rimanere a contatto con gli oggetti di attaccamento genera grandi conflitti e in questi casi dovreste separarvene fisicamente. In generale, però, è sufficiente trasformare il rapporto interiore che avete con gli oggetti desiderabili. Pensare che il samsara sia costituito dagli oggetti esterni – il mondo, il proprio corpo e le altre persone – e di dovervene liberare è completamente sbagliato. Il samsara è dentro di voi e se non trasformate il vostro atteggiamento mentale potete andare a meditare in una grotta, ma il samsara sarà sempre lì, al vostro fianco.

Quando ascoltiamo per la prima volta gli insegnamenti buddhisti sulla saggezza, la compassione e la rinuncia dovremmo anche evitare di farci prendere da un eccesso di zelo e pensare di abbandonare immediatamente tutti i nostri averi per dedicare il resto della nostra vita al prossimo. E’ impossibile trasformare dall’oggi al domani la propria mente in quella di un grande asceta. Non è come entrare in un negozio, comprare un po’ di vernice e tinteggiare velocemente una stanza. Ci vogliono tempo e perseveranza per modificare il comportamento abituale della mente ed è solo dopo un lungo e graduale processo di meditazione, con frequenti conferme da parte della vostra saggezza analitica, che si manifesteranno la crescita e infine la perfezione.

Che cosa possiamo fare per liberarci dell’attaccamento? Una pratica eccellente per addestrare la mente è sostituire la preoccupazione per noi stessi con quella per gli altri. Di solito siamo interessati esclusivamente al nostro benessere, ci stanno a cuore solo me, mio, io, io, io. Non lasciamo spazio nella nostra mente per gli altri, se non a parole. Questo atteggiamento può essere cambiato prima osservando in che modo una mente così egocentrica crei solo degli svantaggi, e poi praticando un metodo di trasformazione del pensiero in cui invertiamo gli oggetti della nostra preoccupazione: abbiamo a cuore gli altri prima che noi stessi.

Un altro potente metodo di trasformazione del pensiero è la meditazione sull’equanimità: coltiviamo un sentimento di sincero affetto e preoccupazione per chiunque, eliminando il nostro abituale attaccamento per gli amici e avversione per i nemici attraverso l’uso del ragionamento e della logica. In questo modo arriveremo a comprendere come amici e nemici sono ugualmente gentili e disponibili, provando solo compassione e amore per entrambi e per tutti gli altri.

Un terzo metodo si chiama “dare e prendere”. In questa meditazione offriamo mentalmente agli altri tutti i nostri beni materiali, le nostre buone qualità e i meriti, e prendiamo su di noi tutti i loro problemi, i dolori e le malattie sotto forma di un fumo nero che, inspirando, facciamo entrare nel nostro cuore. Questa tecnica demolisce un po’ alla volta quell’ego che vuole sempre il meglio per sè e cerca di evitare ogni minimo disagio.

La pratica costante di queste meditazioni vi aiuterà a distruggere il vostro egocentrismo.

Lama Thubten Yeshe – Tradotto da True Renunciation, Nagarjuna Institute, Ibiza, 1978.

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