La vera rinuncia


Perché noi esseri umani soffriamo? Perché siamo costantemente confusi? Perché la nostra mente cerca sempre di afferrare la felicità e il piacere, senza averne compreso la natura transitoria. Se avessimo sviluppato una saggezza penetrante, sapremmo che è esattamente questa mancata comprensione a crearci dei problemi e che è superando l’attaccamento ai piaceri ordinari che potremo percorrere la strada per la gioia della liberazione interiore e la liberazione dalla sofferenza.
Dobbiamo quindi imparare a sperimentare il piacere rimanendo però distaccati. In altre parole, dobbiamo imparare la rinuncia, la pratica di base del sentiero della liberazione.

La maggior parte di noi non conosce il vero significato di rinuncia. Ci infastidisce persino sentirne parlare, perché pensiamo equivalga a dire che per raggiungere la liberazione interiore sia necessario soffrire. “Questo Lama mi sta costringendo a soffrire invece di rendermi felice”. Ma rinuncia non significa che dobbiamo rinunciare alla felicità o che è auspicabile soffrire. Al contrario, il suo obiettivo è farci raggiungere uno stato al di là della sofferenza.

La radice di tutti i problemi – le difficoltà di comunicazione e di relazione, le nostre fantasie nevrotiche, le aspettative, le frustrazioni, i dubbi e così via – è il risultato di una mente che insegue costantemente il piacere e questa mente è a sua volta il risultato del nostro fraintendimento della realtà. Ecco che cosa fa soffrire gli esseri umani. Con questo approccio sbagliato anche un corso di meditazione può causare sofferenza: vi aspettate di arrivare alla fine felicemente illuminati, ma vi scoprite solo tristemente delusi.

Lo scopo della nostra vita quotidiana è soddisfare ogni desiderio fisico che nasce giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Cerchiamo di raggiungere la felicità, inseguendo qualcosa che per sua natura è transitorio. Questa aspettativa, derivante da una visione errata della realtà, non potrà mai essere soddisfatta ed è quindi totalmente irrazionale. Ed è impossibile raggiungere la felicità ultima fino a quando non avremo sviluppato una vera e propria avversione per questa istintiva rincorsa al piacere. Finché questa mente che cerca di afferrare il piacere non viene sottomessa è ridicolo dire “Sto cercando la liberazione interiore”. I metodi per domare la mente possono sembrare semplici, ma sono quasi completamente inaccessibili alla maggior parte delle persone, che li trovano estremamente difficili da praticare.

Un metodo per capire come funziona la nostra istintiva rincorsa al piacere consiste nell’osservare il modo in cui reagiamo quando sentiamo il nome della nostra città natale, dei nostri amici e parenti, o il suono del nostro nome. Nella mente sorgono automaticamente una forte attrazione e un forte interesse. Quando i grandi yogi e i grandi santi del Tibet hanno scoperto questa reazione incontrollata, hanno abbandonato le loro case e le loro famiglie, in cerca della massima tranquillità.
Il problema di rimanere vicino a casa nostra – ovvero alla fonte dei nostri attaccamenti – è che proviamo sensazioni intensamente piacevoli a cui siamo attaccati rispetto al luogo dove abbiamo imparato a fumare, a bere e fare feste meravigliose con i nostri amici. La casa diventa l’emblema delle nostre gratificazioni sensoriali e la mente si aggrappa a questi ricordi. Anche se non siamo particolarmente legati ai nostri amici o ai parenti, di solito loro sono legati a noi. La soluzione è la rinuncia. La rinuncia non è mero distacco fisico ma distacco interiore dal piacere e dal coinvolgimento della casa. Questa è la rinuncia.

Anche se molte persone lasciano il proprio paese per trasferirsi altrove questa non è vera rinuncia. E’ la loro mente emotiva e agitata a farli andare via, sperano in un cambiamento interiore andando a vivere da un’altra parte, ma in realtà non c’è alcuna differenza: il loro abituale modo di pensare e di agire è con loro ovunque vadano.

Un grande esempio di vera rinuncia è il Buddha Shakyamuni. Come essere illuminato è venuto su questa terra per mostrare agli altri la via dell’illuminazione. Nato in una famiglia reale in India, visse una vita tranquilla, circondato dal lusso, da parenti amorevoli, da servi devoti e sudditi fedeli. Col tempo però iniziò a esaminare da vicino la natura di quell’esistenza e vi trovò solo confusione e insoddisfazione. Così abbandonò il suo regno per vivere da asceta.

Se guardiamo al di là dei semplici fatti storici di questa storia, possiamo comprenderne il significato simbolico: Buddha rinunciò alla sua vita di benessere e autoindulgenza come risultato della scoperta del dolore insito in ogni piacere. Si rese conto che aggrapparsi al piacere sensoriale è un ostacolo alla pace interiore, che è la vera felicità.

Non sorprende che incontriamo enormi ostacoli quando cerchiamo di controllare il nostro istintivo desiderio di soddisfare le voglie sensoriali; basta pensare a quanto la nostra vita non è altro che inseguire un piacere dopo l’altro. L’attaccamento è il risultato della convinzione errata che è solo essendo autoindulgenti che riusciremo a soddisfare il nostro onnipresente desiderio di felicità. Ma se per un momento facciamo un passo indietro ed esaminiamo con saggezza penetrante la natura stessa del piacere che tentiamo di afferrare scopriremo che il dolore che vi è insito consiste nella sua transitorietà. Il piacere non dura e per questo è per sua natura insoddisfacente. (Fine prima parte)

Lama Thubten Yeshe. Tradotto da True Renunciation, Nagarjuna Institute, Ibiza, 1978.

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